Scuola: usare lo smartphone non vuol dire avere competenze digitali.

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da Tribuna Politica Web

“La scuola negli ultimi 20 anni ha avuto talmente tante emergenze e ha subito talmente tanti tagli che effettivamente il piano di formazione dei docenti è stato molto, molto carente”

“dovremmo avere tre livelli formativi dentro il sistema scolastico: uno è fortemente centrato sul sapere, uno fortemente centrato sul saper fare e uno fortemente centrato sul saper essere”

“E’  ben diverso dire: “vi aiutiamo ad acquisire competenze digitali” rispetto a dire: “e adesso utilizziamo lo smartphone in classe”.

di Silvia Leandri – Alberto Pellai, 54 anni, ha un curriculum ricchissimo. Laurea in Medicina, master, dottorato. Specialista in psicoterapia cognitivo-comportamentale dell’età evolutiva e ricercatore in Sanità pubblica presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano. Autore di circa 150 lavori scientifici e 38 libri. Ha vinto molti premi e curato diverse collane per vari editori. Sul web ha avuto grande successo una sua iniziativa: scrivere lettere aperte alla Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli con la quale ha garbatamente polemizzato. I temi dei giovani, dell’educazione, della scuola e delle tecnologie sono al centro dell’intervista che ci ha concesso in esclusiva.

Lei ha scritto una lettera alla Ministra Fedeli, contestandone alcune scelte: dalla presenza dei genitori all’uscita delle scuole medie all’utilizzo dello smartphone in classe (vedi testo in fondo all’intervista, ndr). Secondo lei, quali sono le cose da tenere presente sui giovani nella scuola e nella società? A quali domande devono dare risposta i politici?

Bisogna trovare un giusto equilibrio tra i bisogni di crescita – e quindi di scoperta del nuovo, di esplorazione – e i bisogni di protezione della crescita (che sono presenti solo nella mente degli adulti). Penso a come si sostiene la loro competenza emotiva, a come si facilita l’esperienza dell’apprendimento e della conoscenza alla luce di ciò che sappiamo grazie alle neuroscienze ma anche alla luce di quelli che sono i bisogni–fase specifici dei nostri figli.

La fase-specificità è il concetto che da sempre regola la funzione educativa e comporta dare stimoli e strumenti che siano adatti ad ogni specifica fase dello sviluppo, affinché il potenziale del bambino o del ragazzo venga stimolato e sostenuto nel miglior modo possibile.

Rispetto al tema delle tecnologie, ad esempio, credo che il mercato abbia potentemente forzato sia il mondo educativo sia il mondo delle famiglie, entrando massicciamente nelle nostre case.

Sicuramente c’è un aspetto culturale e di educazione che spetta alle famiglie, ma la scuola è pronta ad affrontare questa nuova fase? Come giudica le ultime “uscite” della Ministra Fedeli?

La scuola non è pronta, come in effetti non lo è stata la famiglia. L’accelerazione che è avvenuta in questi ultimi 10-15 anni rispetto a tutta l’area delle competenze digitali e delle innovazioni tecnologiche è stata così violenta e repentina che si è manifestata ancora prima che noi riuscissimo a pensarla e a strutturarla. Per quanto riguarda la scuola, esiste il progetto della scuola digitale e, quindi, l’intenzione di integrare competenze dell’area digitale nel percorso di crescita e nel percorso di apprendimento dei ragazzi. E’ chiaro che in un mondo digitale ci vogliano anche le competenze digitali. E’ però ben diverso dire: “vi aiutiamo ad acquisire competenze digitali” rispetto a dire: “e adesso utilizziamo lo smartphone in classe”.

Credo che avere uno smartphone non significhi avere competenze digitali, ma avere uno strumento non fase-specifico che richiede tantissimo lavoro. Non tanto didattico quanto, piuttosto, educativo da parte dei genitori.

Nel caso dello smartphone?

Mi è sembrato proprio uno svarione. Molti genitori pensano che i figli pre-adolescenti possano aspettare ancora un po’ prima di possedere uno smartphone individuale. Se, però, lo smartphone diventa uno strumento di apprendimento, la cosa si complica. Un figlio che non ce l’ha automaticamente non può apprendere e, quindi, io genitore mi trovo a dovergli dare in mano uno strumento didattico che per me diventa, però, automaticamente un’emergenza educativa.

Ma è vero che i nativi digitali hanno meccanismi cognitivi diversi? Che per via del web hanno un approccio orizzontale alle informazioni e, in assenza di una piramide delle gerarchie, fanno fatica a operare delle sintesi? E se questo è vero, quanto deve lavorare la scuola per affrontare questi temi?

In termini evolutivi, il cervello dei nostri figli dovrebbe funzionare esattamente come il mio e il suo, perché non possiamo modificare la genetica che programma il funzionamento cerebrale in un arco di tempo così breve come qualche decina di anni. Quindi, potenzialmente il funzionamento dei nostri figli dovrebbe rispecchiare in termini generali il nostro. Però è vero anche che il nostro cervello ha una caratteristica: la plasticità e la flessibilità per cui viene modellato e scolpito dalle esperienze che facciamo nella vita. Noi, in funzione delle relazioni che viviamo e delle esperienze che facciamo, “scolpiamo” il nostro cervello e tendiamo a selezionare alcune reti neuronali che sono quelle attivate nelle esperienze che facciamo. Tutti partiamo con un’enorme ridondanza di reti neuronali, poi con l’adolescenza il cervello “pota” (“potatura sinaptica”, ndr) i neuroni e le reti neuronali inutilizzate, in modo che intorno ai 20 anni abbiamo le reti che abbiamo mantenuto attive e che rimarranno con noi per il resto della nostra esistenza. E’ vero anche che crescere in un mondo digitale porta a fare delle esperienze di esplorazione e conoscenza del mondo – e anche di modalità di apprendimento e di costruzione del pensiero – che hanno caratteristiche molto differenti nel virtuale rispetto a ciò che accade nel mondo reale.

C’è anche il fatto che spesso si dice che i ragazzi sono ormai multitasking…

Esattamente. Si tratta di un altro aspetto che è oggettivamente problematico per i nostri figli.

Il fatto che siano sempre connessi dà loro la percezione che, mentre sono connessi e fanno molte cose on-line, possano comunque farne molte altre nel mondo reale. In università vedo studenti che mentre sono a lezione e seguono il docente, controllano anche il loro profilo instagram, il loro profilo facebook e, magari, rispondono a una mail… Fanno queste quattro cose tutte insieme.

Ma il nostro cervello riesce a fare quattro cose contemporaneamente?

Le neuroscienze oggi ci dicono che il mito del multitasking è tragicamente fallito. Io posso tenere attive quattro reti neuronali facendo quattro cose differenti ma la competenza e l’intensità con cui svolgo queste quattro cose insieme è molto diversa dalla competenza e dall’intensità con cui potrei svolgerle se le facessi separatamente.

Direi che questo è l’aspetto principale, per cui è molto problematica una vita multitasking cominciata molto presto. In particolare in pre-adolescenza, quando il cervello costruisce le reti neuronali dell’attenzione, della concentrazione, della riflessività, del pensiero critico, della meta-cognizione… I nostri figli facendo più cose in contemporanea hanno come risultato che s’indebolisce la loro capacità di pensiero su funzioni cognitive che sono complesse e fondamentali per il funzionamento mentale in età adulta. Le loro reti neuronali vengono plasmate e cablate in modo molto differente rispetto alle generazioni precedenti proprio per il nuovo contesto in cui crescono.

Quindi, dovrebbe cambiare anche l’approccio della scuola rispetto a queste tematiche?

Se la scuola ha un progetto di ricerca digitale, un progetto di ricerca nell’online, fortemente guidato e ben testato da un docente – che, quindi, rispetta quella gerarchia di pensiero e di priorità che lei ha citato prima – allora la scuola digitale diventa ricchissima. Infatti, invece di dover andare in dieci posti diversi a recuperare la notizia su dieci fonti cartacee diverse, resto seduto al banco e posso vedere dieci cose molto diverse mentre il docente m’insegna, da una parte, a prendere il meglio di un’informazione e, dall’altro, a sviluppare un pensiero critico.

Questo anche per valutare la qualità delle informazioni trovate?

Si può, ad esempio, fare un’analisi di dieci fonti diverse di una stessa notizia, analizzare la notizia nell’online per individuare quali sono i criteri in base ai quali una notizia è stata da una parte approfondita, ampliata e completata e dall’altra semplicemente tagliata e incollata.

In questo modo internet diventa molto utile. Ma si tratta di un uso contemplato all’interno di un progetto educativo in cui l’adulto si fa garante del processo e si mette a disposizione dei ragazzi.

In realtà, però, succede ben altro…

Infatti, nella realtà la cosa è completamente diversa: i ragazzi hanno accesso a tutto senza un presidio educativo dell’adulto. In quest’accessibilità, da un lato non hanno ancora sviluppato i criteri per poter usare bene quello che l’online mette loro a disposizione e, dall’altro, spesso l’online mette spesso a disposizione dei nostri figli cose che sono totalmente fuori dalla fase evolutiva che vivono.

Per esempio, parlando di sessualità: se uno dei miei quattro figli scrive la parola “sesso” in Google sul computer di famiglia, il computer non differenzia le ricerche della mia figlia più piccola (che ha 9 anni) da quelle del più grande (che ne ha 17). Questo su un tema che, invece, necessita di una attenta fase-specificità, con un effetto che diventa totalmente invalidante dal punto di vista educativo.

Ma gli insegnanti hanno una preparazione adeguata per tutto questo? O ci sono progetti di formazione di cui lei è a conoscenza che rispondono a queste esigenze?

La scuola negli ultimi 20 anni ha avuto talmente tante emergenze e ha subito talmente tanti tagli che effettivamente il piano di formazione dei docenti è stato molto, molto carente. Se ne è ricominciato a parlare da tre/quattro anni con il bonus cultura. Da padre e da osservatore esterno, ho visto il taglio sistematico di docenti e il crescere del numero degli alunni nelle classi, ho assistito a una grande fatica generale… Alcune parole legate ai nuovi sistemi educativi, anche dei nativi digitali, sono ricomparse negli obiettivi formativi per la scuola in questo ultimo periodo. Da un lato, si è quindi in parte recuperato, dall’altro c’è una tale accelerazione, costante e continua, nel mondo dei consumi digitali dei nostri figli che si fa veramente fatica a stare alla pari.

Dai politici, che cosa si aspetterebbe su questi temi? Quali contenuti e quali comportamenti?

Intanto, proverei a dire che ci vuole una responsabilità incredibile nell’uso delle parole, perché le parole costruiscono la realtà e in qualche modo definiscono anche il mondo che uno s’immagina pensato anche dal suo politico di riferimento. Presumo che la Ministra Fedeli, quando ha parlato del portare lo smartphone in classe, avesse in mente magari un lavoro sulla classe digitale, sulla scuola digitale, che è fondamentale.

Ma nel momento in cui si traduce quel pensiero alto in “usiamo gli smartphone in classe” già non si stanno considerando molti genitori che hanno fatto la scelta educativa di ritardare un po’ l’ingresso degli smartphone nella vita dei loro figli. (vedi lettera in fondo, ndr)

Più attenzione, dunque?

C’è una lontananza dal reale che non è solo dei ministri, è proprio in generale della politica. Quando un politico pensa al mondo forse, in realtà, quel mondo non l’ha ascoltato bene. Perché la Ministra, rendendosi conto della reazione che hanno generato quelle due frasi – che hanno fatto poi i titoli dei media – è in seguito tornata sui suoi passi dicendo: “facciamo l’emendamento correttivo”. Ma questa cosa doveva avercela in mente prima!

Per concludere, stiamo dicendo che manca attenzione sulla crescita e la formazione dei nostri giovani?

Nella mia prospettiva, possiamo avere tre livelli formativi dentro il sistema scolastico: uno è fortemente centrato sul sapere, uno fortemente centrato sul saper fare e uno fortemente centrato sul saper essere. Ci vuole un progetto educativo in cui ogni volta che mio figlio entra in classe al mattino sa di entrare in un luogo dove si coltivano il suo sapere, il suo saper fare e il suo saper essere. Altrimenti queste tre voci rimangono profondamente scollate fra di loro e, quindi, alle superiori mi ritrovo un docente ultra strutturato che da anni insegna il sapere della sua materia però dice: “io non li porto in gita perché è troppa responsabilità e poi magari loro si mettono nei guai”. Ma se un sedicenne è inserito in un progetto in cui deve apprendere un sapere di latino elevatissimo e quel professore è molto esigente e dice: “devi saperlo ad alti livelli”, come è possibile che si aspetti da lui una competenza così elevata della materia e poi non lo ritenga capace di girare la Pinacoteca di Brera in occasione di una gita scolastica di un giorno?

 

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