Il cornetto napoletano, breve storia di un talismano anti guai

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“Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”. La frase è attribuita al grande Eduardo De Filippo e descrive perfettamente uno dei tratti della napoletanità: l’essere superstiziosi.

I napoletani hanno il malocchio, la jella e la fattura contro cui combattere, e la superstizione, col suo corollario di gesti e pensieri magici, serve proprio ad allontanare da sé queste disgrazie.

Fra i simboli della superstizione napoletana c’è il cornetto, l’oggetto scaramantico per eccellenza, che ha il duplice compito di scacciare il malocchio e portare fortuna a chi lo indossa. Il cornetto, così come tanti altri talismani usati nei contesti più disparati (compreso il gioco), è uno scaccia jella formidabile, dal valore apotropaico (cioè è in grado di scacciare gli influssi negativi e malefici).

Per funzionare, però, il cornetto deve rispettare alcune regole precise: dev’essere fatto a mano, di corallo e rosso. Fatto a mano, perché così chi lo fabbrica può infondere un influsso positivo sull’oggetto; rosso, perché è il colore del sangue e del fuoco; e il materiale dev’essere il corallo perché in grado di scacciare malocchio e fatture. Inoltre, dev’essere tuosto, vacante, stuorto e cu’ ‘a ponta, ovvero rigido, cavo, storto e appuntito.

Il corno napoletano è un simbolo apotropaico che i partenopei condividono con varie culture e che affonda le radici addirittura nel Neolitico, quando gli uomini appendeva fuori dalle capanne le corna degli animali uccisi, che rappresentavano la prosperità e la fertilità. Nel corso della storia, condottieri e capi militari hanno indossato copricapi ornati con le corna degli animali, emblema del potere e simbolo di discendenza divina, ma anche simbolo di forza, prosperità e virilità.

Bisogna aspettare però il Medioevo per vedere i primi amuleti in dimensione ridotta, quando gli artigiani napoletani hanno cominciato a costruirli nelle proprie botteghe.

Accanto al cornetto tradizionale c’è la variante del cornetto con o’ scartellat, cioé col gobbo, altro simbolo anti jella.

Napoli e le (tante) superstizioni

“Ma teniss’ l’uocchie ‘ncuoll?”

“Avrai mica il malocchio?” è una delle frasi che tra napoletani ci si scambia quando le cose, per il povero malcapitato, vanno a catafascio. Il cornetto può aiutare a prevenire, ma se il malocchio è già stato fatto bisogna affidarsi alla “fattucchiera”, una vecchina con poteri in grado di scacciarlo.

Ci sono poi gesti da non fare assolutamente se non si vuole incappare nella sfortuna più nera. Per esempio, mai aprire un ombrello in casa: la malasorte rischia di accomodarsi comodamente in salotto. Guai a spazzare sui piedi di una ragazza single, altrimenti per lei il matrimonio sarà solo un miraggio. Far cadere a terra l’olio, un bene prezioso, è considerato presagio di sventura, e se proprio vogliamo regalare una spilla a una persona cara, dovremo essere pronti a farci bucare il dito con la stessa spilla. E giocare al Lotto senza consultare la Smorfia? Male! Prima bisogna passare al vaglio i sogni e i fatti della quotidianità, anche i più banali, e poi consultare il libro per trarne i numeri da giocare e avere possibilità di vittoria.

Queste, e tante altre, sono le superstizioni della città partenopea: e se il cornetto da solo non dovesse funzionare, possiamo usare la formula che usava Pappagone, personaggio interpretato da Peppino De Filippo:

Aglio, fravaglio,
fattura ca nun quaglio,
corna, bicorna,
capa r’alice
e capa r’aglio”

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