Le Professioni che cambiano: non ripetiamo gli stessi errori .

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‘’Panta rei’’, diceva Eraclito, più di duemila anni fa;  non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume. Ma non è andata proprio così fino ad ora. La reiterazione di errori passati ha ostacolato, e non poco, la naturale evoluzione dell’uomo e della società.

Che il  mondo stia cambiando è un dato di fatto.

Il cambiamento non è relativo all’evoluzione dell’ambiente, o meglio all’involuzione, dati i risultati, o al progresso tecnologico, quanto piuttosto alle relazioni che intercorrono tra gli uomini, ai rapporti tra la cultura e il mondo del lavoro, ai nuovi orizzonti che si prospettano per i giovani professionisti. Già perché forse si sottovaluta un dato certo: il futuro sono i giovani di oggi. E se non si garantiscono loro strumenti di un’adeguata preparazione e di un’ efficiente competitività, si avrà un mero regresso, una decrescita esponenziale, e neppure così tanto lontana nel tempo.

Un’economia stabile non è solo questione di banconote, e neppure quelle ci sono, ma  è un cocktail di volontà, investimento, sacrificio. Una delle priorità sociali dovrebbe essere quella di indirizzare le energie politico-sociali in progetti validi, edificanti, competitivi, come si conviene a una società evoluta del nostro secolo. Oggi la società versa in situazioni molto critiche, testimoni i sindacati, il personale degli ospedali, la sanità, che molto spesso non riesce neppure a garantire la minima assistenza  ai pazienti.

E’ impensabile che nel ventunesimo secolo non si abbiano strutture adeguate ed efficienti che valorizzino la dignità umana e non il degrado sociale e politico.  L’apertura delle frontiere ha cambiato il nostro modo di interagire con la cultura, con le scelte di vita quotidiane e con i progetti personali. Ci costringe, e meno male, a interagire con realtà internazionali e ci offre la misura del nostro impegno e delle nostre forze, per molti versi non soddisfacenti. Lo Stato dovrebbe non solo valorizzare le risorse esistenti ma tutelare quelle in formazione. Il futuro è qui e adesso.

Dall’ arte all’archeologia, dall’artigianato alle grandi produzioni, l’Italia non riesce più a gestire e valorizzare le poche bellezze che ancora possiede . Altro discorso concerne la politica delle riforme, un’altalena spietata tra vessazioni e tentativi celeri di risoluzione alle problematiche esistenti.

Vogliamo dare uno sguardo alla giustizia italiana e all’irragionevole durata dei processi?

La dice lunga su quanto, nonostante avessimo un buon diritto codificato,complesso, ancora necessitiamo di riforme giudiziarie rivoluzionarie, innovative. Se da un lato Strasburgo continua a multare l’Italia per l’eccessiva lungaggine dei processi , i professionisti mal vedono lo strumento deflattivo della mediazione, che in altri Paesi ha risolto non poche controversie tra grandi società in tempi brevi e con un notevole risparmio economico. La mediazione è strumento risolutorio a incidenza globale, e non deve esser vista  come mera sottrazione di lavoro agli avvocati; non a caso il nuovo  Decreto del “fare” (decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69), reintroduce la mediazione obbligatoria per molte materie. Una delle novità è che gli avvocati iscritti all’albo sono di diritto mediatori, anche se la mediazione non è compresa tra le materie universitarie, ma il Governo li ha ritenuti competenti a poterne gestire il procedimento. Il malessere generale però non è attribuibile tanto agli strumenti  propositivi e risolutori come la mediazione, ma a quelle norme altre che rallentano, se non impediscono, la crescita e lo sviluppo professionale del singolo professionista.

Non si può costruire la vita sociale futura sulla morte professionale del singolo. Ormai studiare e lavorare sembra più una colpa che un merito.

Paesi altri hanno saputo trasformare le forze di ciascun cittadino in forza collettiva, sociale e culturale e ciò induce il nostro Paese a un solerte adeguamento agli standard esteri.

La crisi economica in cui versiamo è solo conseguenza di aspettative inattese e responsabilità declassate a mere ed eventuali. A ben vedere le università cercano di formare i giovani in ambiti più settoriali, specializzati,  al fine di canalizzare le personali competenze in progetti di più ampio respiro. Il professionista del domani non è più il ‘’tuttologo’’ di ieri, ma ‘’l’artigiano’’ del domani, cioè l’operaio della messe che svolge bene il proprio lavoro, e solo quel lavoro. Disperdere le forze non è soluzione adeguata per una società all’avanguardia. Di riflesso anche il mercato cambia e si adegua: il cliente finalmente può richiedere servigi dettagliati,  in proporzione alle proprie esigenze, né più né meno. Ci si rivolge ormai a professionisti specializzati.

Purtroppo tutto quanto cammina di pari passo con il malcontento di fondo che colpisce i professionisti che esercitano ormai da molti anni nel settore specifico, i quali pagano lo scotto di errori politici passati e non beneficiano dei frutti quanto invece meriterebbero. Le attuali riforme sono restrittive, meglio sarebbe dire che tolgono il fiato e non solo, a volte  sottraggono il pane quotidiano. Se da un lato dunque si cerca di orientare la preparazione di base di chi ancora è in formazione professionale, dall’altro non si riesce a sopperire ai default passati, e ciò a discapito del ceto medio italiano.

Si auspica una maggiore coordinazione tra la classe politica e quella sociale, al fine di migliorare il livello di vita del singolo e di quella comune. Il vero progresso è onorare la dignità umana, e non  edificare torri sempre più alte e gravide di tecnologia.

C.G.

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