Petrolio giù? Marsiglia (FederPetroli) ad Affaritaliani.it: “Una manovra a regola d’arte”.

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michele marsiglia federpetroliIl prezzo del petrolio continua a scendere. Secondo gli ultimi dati di Nomisma Energia nel corso dell’ultimo anno, esattamente dal primo gennaio del 2014, il greggio ha perso il 53% del suo valore. Non è la stessa cosa per la benzina, il cui prezzo è sceso, ma solo del 14%.

A cosa è dovuto il crollo del prezzo del petrolio? E perché ad esso non corrisponde la diminuzione del prezzo dei carburanti? C’è chi sostiene che l’abbassamento del costo del greggio rientri in una strategia messa a punto dagli Usa per diventare il maggiore produttore di greggio al mondo scalzando l’Arabia Saudita. Ma, al di là delle dinamiche più o meno chiare che si nascondono dietro la discesa del prezzo del petrolio, la domanda rimane una: quanto durerà ancora? Secondo l’Opec, l’organizzazione che riunisce i Paesi esportatori di petrolio, dovremmo assistere ad un rimbalzo del prezzo del petrolio verso la fine della seconda metà del 2015. Il segretario generale dell’Opec, Abdullah al-Badri, sostiene infatti che bisognerà attendere fino alla metà del 2015 per capire come il mercato reagirà a questi prezzi così bassi.

Per comprendere meglio la situazione e per farci un’idea di quello che ci aspetta Affaritaliani.it ha intervistato Michele Marsiglia, owner di PetrolConsulting società di consulenza petrolifera e presidente di FederPetroli Italia.

Dottor Marsiglia ci spiega cosa sta succedendo e perché il prezzo del petrolio continua a scendere?
“Sicuramente per questa discesa delle quotazioni del greggio l’Opec ha dimostrato di essere ancora il Cartello per eccellenza del petrolio mondiale.
Un dato significativo è quello che entrambi i greggi di riferimento europei ed americani (BRENT e WTI) continuano a scendere e, questo è un evidente segnale di politica energetica strategica. Lo sbaglio che in tanti stanno commettendo ed in particolar modo gli analisti finanziari è quello di focalizzarsi solo su quanto il petrolio continuerà a scendere in termini di moneta ma non sull’obiettivo di tale crollo ovvero: dove si vuole arrivare e perché. La forte discesa è definibile come pura manovra strategica di alcuni grandi produttori ed è fatta a regola d’arte”.

E la benzina? Perché il prezzo è diminuito soltanto in parte?
“Questo è vero solo in parte, nelle ultime settimane secondo le stime di FederPetroli Italia nell’andamento dei prezzi alla pompa sulla Rete Carburanti Italia abbiamo riscontrato ribassi praticati da diverse compagnie petrolifere ed anche da operatori privati, intendo stazioni di servizio con bandiera diversa dalle major petrolifere (Eni, Shell, Q8, Esso, Ip, ecc.). In questi giorni stiamo assistendo ai primi riflessi dei prezzi carburanti del dopo crollo. Anche se, ci sono tante variabili che condizionano la filiera petrolifera per far diventare quel famoso barile in litro di benzina (prodotto raffinato e finito). Se parliamo di tecnica petrolifera, non dobbiamo aspettarci diminuzioni proporzionate tra il prezzo del petrolio e di quello delle benzine.
Un primo fattore è che il prezzo del petrolio è espresso in dollari e l’influenza del tasso di scambio monetario non è cosa da poco. Secondo, una parola che piace a pochi ma che i petrolieri questa volta non hanno colpa, almeno in questo contesto, si chiama Tassazione che, incide per più del 50% sul costo del prodotto finito, almeno in Italia. Oggi possiamo però dire che dalle stime della Divisione Rete FederPetroli Italia abbiamo avuto un incremento sull’acquisto di benzine da parte degli Impianti di carburante”.

Ci traccia brevemente il quadro geo-politico che si nasconde dietro le attuali vicende del settore petrolifero?
“La situazione si può esaminare in due contesti diversi ma vicini per componenti geopolitiche. Nella prima abbiamo una politica diretta dell’Opec, non è una politica di prezzi, ma un gioco geopolitico di quote di mercato ben definite e da rispettare. Un richiamo all’ordine da parte dei Paesi produttori. In questo momento l’Opec ha deciso di non modificare le proprie quote di immissioni di greggio sul mercato, vuol dire che sta a guardare cosa succede, anche con qualche piccolo rischio. L’Opec ha preferito non toccare le quote di produzione, perdendoci un po’ e facendo in modo di orientare le quotazioni dei greggi internazionali in una fase che noi definiamo di crash.
Non tutti sanno che il Medio Oriente produce la maggior parte del proprio greggio da ‘giacimenti convenzionali’, con costi di produzione vicini ai 5/8 dollari a barile. Non utilizzano fracking anche perché la morfologia del sottosuolo mediorientale non è indicata a tecniche di shale, tranne in alcune zone. Questo porta le aziende ad essere coperte finanziariamente sugli investimenti di produzione. Ricordiamoci che stiamo parlando del maggior bacino petrolifero mondiale che esiste per “riserve certe e anche ancora inesplorate”. Per quel che riguarda gli Stati Uniti d’America assistiamo negli ultimi anni ad un eccesso di produzione con la tecnica di fracking, ricavando shale oil e gas. Tecnica costosa dove ad oggi un break-even di investimento è posizionato dai 24 ai 31 dollari a barile, se non di più. Se guardiamo in questo momento la quotazione del WTI (West Texas Intermediate – benchamark di riferimento americano) vediamo che manca poco ad una situazione di default. Basta vedere le ultime stime degli impianti di perforazione che hanno bloccato la loro operatività specialmente in North Dakota.
Questo ha fatto si che in pochi mesi le aziende americane dei diversi comparti petroliferi, di diversa entità economica, hanno ricorso a situazioni di rifinanziamento con forti indebitamenti, arrivando anche a procedure di Chapter 11 (richiesta di fallimento).
Le difficoltà americane sono ben visibili anche da una veloce politica del Congresso nel trovare una soluzione immediata all’export di greggio ed alla realizzazione di linee di trasporto come l’oleodotto Keystone XL che dal Canada arriverà in Texas. Gli Stati Uniti d’America non hanno mai esportato prodotto grezzo ma solo ed esclusivamente già raffinato, questa è stata sempre una limitazione per i raffinatori esteri.
Certo paesi dove l’export di petrolio rappresenta il 70% dell’economia interna, come la Russia, in questo momento stanno vivendo un periodo non felice e, vale anche per il Venezuela, nonostante sia membro dell’Opec.
Il ruolo più ambiguo resta quello dell’Arabia Saudita in questo momento che attraverso i propri rappresentanti, preferisce non sbilanciarsi. Vedremo nel vertice Opec di giugno cosa succederà”.

Quanto durerà ancora questa situazione? Pensa anche lei che entro breve ci sarà il tanto atteso rimbalzo?
“Personalmente ho sempre affermato che, per avere una stabilizzazione il Brent dovrebbe rientrare in un range tra i 95 e 115 dollari a barile almeno per un semestre per poi iniziare una fase di assestamento e stabilizzarsi. Il rimbalzo ci sarà, ma sarà graduale rispetto ad altri crolli petroliferi di anni passati. Viviamo in un periodo storico diverso, condizionato da fattori che non dipendono principalmente dalle quotazioni del greggio ma che ne condizionano la volatilità.
Le dico che non sono assolutamente d’accordo con le previsioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, spesso di parte, nel vedere una risalita del greggio su archi temporali infiniti.
Nei prossimi mesi o meglio metà 2015 potremo sicuramente assistere già ad una inversione di tendenza, anche se in questi giorni assistiamo nell’Intraday delle contrattazioni già a dei piccoli segnali giornalieri e, molta di questa inversione sarà anche dettata da come reagiranno i mercati finanziari, anche perché altrimenti assisteremmo ad un “strangolamento economico energetico” anche dei Paesi arabi, non penso che le Monarchie Saudite e degli Emirati permettano questo. Fattore dominante la prossima riunione dell’Opec prevista per giugno e solo dopo si potrà fare una dettagliata ed evidente pianificazione di cosa succederà per la seconda metà dell’anno. Ma la ripartita del petrolio ci sarà…..con considerevoli profitti….per alcuni!” (Affaritaliani.it)

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