Windows xp “rottamato”, allarme per 400 milioni di pc, rischi per banche, ospedali e PA in Italia.

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Nonostante la cosa fosse stata annunciata da Microsoft con un congruo preavviso, già 2 anni fa, il giorno del “pensionamento” di Windows xp, il sistema operativo lanciato nel 2001, è ormai vicino. La casa madre non rilascerà più dunque aggiornamenti di sicurezza a partire dal mese di aprile e quindi il sistema sarà vulnerabile agli attacchi in rete.

Si tratta però di una decisione non priva di conseguenze, Windows xp si è dimostrato un sistema operativo di una longevità significativa, nonostante nel corso di questi 13 anni siano stati rilasciati ben 3 Service Pack ed una serie infinita di aggiornamenti di sicurezza, complice anche il “flop” del suo diretto successore Windows Vista (molti produttori tra il 2008 ed il 2009, hanno spinto Microsoft a fornire in dotazione alle macchine nuove con Windows Vista installato, anche una copia di Windows xp), tanto da risultare ancora il secondo sistema operativo più presente sui pc in tutto il pianeta, con oltre 400 milioni di macchine che installano Windows xp, ed una quota di mercato pari al 30%, risultato decisamente considerevole se si pensa che è secondo solo a Windows 7 (il sistema operativo più utilizzato, che ha una quota del 48%), mentre Windows Vista e l’ultimo arrivato Windows 8 (adesso con la nuova versione 8.1) restano comunque marginali.

Per questo motivo, dal prossimo aprile, questa quota del 30% dovrà fare i conti con un sistema operativo di fatto “rottamato” dal suo produttore. Non si tratta solo di un problema di resistenza al cambiamento da parte di utenti privati (resistenza comunque presente, soprattutto da chi è rimasto “scottato” dall’esperienza di Windows Vista), si tratta di utenti “corporate” che hanno Windows xp installato su macchine che hanno cicli di vita di gran lunga superiori a quello di un sistema operativo (4-5 anni) , ad esempio (fonte Corriere delle Comunicazioni) il ponte mobile di un aeroporto oppure una gru, macchine che hanno cicli di vita che durano anche 60 anni, e che si trovano esposte ad una condizione di vulnerabilità ad attacchi esterni.

Non meno annoso è il problema delle imprese, organizzazioni ed istituzioni pubbliche che hanno sistemi informativi basati su Windows xp. Ad esempio, molte banche hanno installati nei propri sportelli ATM (più comunemente bancomat) applicazioni che girano su Windows xp (sarà capitato di trovarsi di fronte ad un “riavvio” davanti ad una postazione), ma anche i distributori di benzina, le macchine diagnostiche e cliniche delle strutture sanitarie, i sistemi di controllo di navi ed aeroplani, tutti ambienti di applicazione dove Windows xp è intervenuto a sostituire quello che era il suo “antenato” MS-DOS, datato adirittura 1981 e presente anche in Windows fino al 2000 (in Windows xp era presente solo il “prompt dei comandi”).

Insomma, nonostante Microsoft avesse avvisato con larghissimo anticipo la fine del supporto a Windows xp e nonostante molti utenti “corporate” abbiano posto rimedio aggiornando i propri sistemi informativi, molti altri non lo hanno fatto, soprattutto nel settore della pubblica amministrazione, nel settore sanitario e nel settore bancario (i bancomat appunto), come testimoniano dalla sede italiana di Microsoft.

Ma anche negli USA ci sono rischi di questo tipo, secondo il WSJ, il 10% degli apparati governativi “gira” ancora su Windows xp, e quasi una impresa (piccole e medie soprattutto) su 4 (il 24%) è nelle stesse condizioni. Anche qui solo resistenza al cambiamento? Non è detto, perchè il problema non è solo il sistema operativo, che è quell’insieme di programmi che (secondo la definizione di Von Neumann) agisce direttamente sulla macchina fisica e ne guida il funzionamento, ma sono principalmente gli “applicativi”, ossia quei software dedicati che assolvono ad una specifica funzione dell’impresa (mission critical) d esempio il sistema informatizzato delle prenotazioni delle strutture sanitarie.

Rimanendo nell’ambito sanitario, le apparecchiature di diagnostica per immagini, come una TAC o una PET (apparecchiature che possono costare fino a due milioni di euro) , richiedono un numero considerevole di certificazioni per poter essere operative, ed anche un solo aggiornamento del sistema operativo (ad esempio il collegamento alla rete di tutta la struttura sanitaria) comporta il dover rifare tutta la serie di certificazioni, con ingenti costi in termini di tempo e di denaro. Cose che già molti ospedali non possono pernettersi, figurarsi le strutture private.

PIETRO PIZZOLLA

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