Cambiare o perdere il lavoro, come affrontarlo dal punto di vista psicologico. L’aiuto di uno specialista.

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44a cura del Dr. Antonio D’Urso, psicologo

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Sebbene il posto fisso sia sempre stato un traguardo per molti lavoratori, la situazione attuale ci mette di fronte uno scenario del tutto tranquillo e sereno.

La crisi non ha accentuato il desiderio di essere “al sicuro”, quanto la sensazione di instabilità. C’è qualche coraggioso che va controcorrente e vede nella perdita del lavoro l’opportunità di cambiare vita e professionalità, perché quando si è troppo al sicuro difficilmente si lascia la via comoda per tentare la fortuna.

La perdita del lavoro viene vissuta come un processo di lutto che attraversa diverse fasi. La prima è caratterizzata dallo shock per la perdita,

Successivamente emergono la rabbia per l’accaduto e un senso di frustrazione per non aver potuto impedire quanto successo.

Gli effetti di questa frustrazione possono causare una diminuzione dell’autostima che possono sfociare in sintomi più gravi se non sostenuti da un adeguato sostegno psicologico.

In relazione ad ogni fase descritta prima, l’individuo può presentare diverse reazioni emotive, cognitive e comportamentali:
– Pensieri intrusivi (ricordi ripetuti e disturbanti del trauma, sogni e incubi, flash back)
– Comportamenti di evitamento (evitare luoghi, persone o situazioni che ricordino l’evento, – Reazioni di iperarousal (difficoltà di addormentarsi e insonnia, irritabilità o scoppi d’ira, difficoltà di concentrazione e memoria, preoccupazioni eccessive per la sicurezza propria e altrui, risposte di eccessivo allarme), a tutto questo si aggiunge il sentimento di colpa e di vergogna dovuti alla incapacità di provvedere a se stessi o a coloro che dipendono dalla persona stessa.

Il vissuto della persona può essere diverso se si attribuisce la causa della perdita del lavoro, a fattori interni o esterni.

nezamestTra i fattori esterni ci possono essere le decisioni dell’azienda, la crisi economica o la sfortuna, in questo caso prevalgono sentimenti di rabbia e ingiustizia, e anche se la possibilità di assumere un ruolo attivo per recuperare il lavoro è bassa, l’autostima rimane stabile. Come fattori interni si possono identificare per esempio la capacità e l’adeguatezza personale.

In questo caso possono prevalere sentimenti di incapacità, fallimento e inadeguatezza, ma essendo l’attribuzione del problema interna alla persona, c’è più possibilità di intervenire. L’individuo può facilmente iniziare a pensare di non essere una persona di valore, inizia a perdere i punti di riferimento perché non fa più parte di una categoria qualificante, l’immagine di sé cambia da un ruolo attivo di lavoratore, ad un ruolo passivo spesso connotato come perdente. Emergono così rimpianti, sensi di colpa, vergogna e auto biasimo (la persona pensa di essere un fallito per non avere un lavoro). C’è la tendenza a pensare a tutte quelle situazioni che hanno portato all’evento scatenante, alle cose dette, fatte o alle decisioni prese, in una sorta di un rimuginare senza fine.

La persona si convince quindi di essere responsabile dell’accaduto per alcuni comportamenti erronei che se non fossero accaduti o fossero stati controllati, probabilmente non avrebbero portato all’evento, questo fatto porta alla perdita della stima di sé e alla riduzione dell’autoefficacia.

Per sbloccare questa situazione è utile chiedere aiuto a un professionista che può aiutare a superare l’angoscia relativa alla perdita del lavoro, la destabilizzazione rispetto al cambiamento di identità lavorativa e il senso di fallimento per non esser riusciti a mantenere il ruolo acquisito; una volta accettata la nuova condizione di vita, si può affrontare la fase successiva e procedere con la ricostruzione di se stessi. Perdere il lavoro può diventare un’opportunità per cambiare vita professionale.

Il lavoro sicuro ci dà sicurezza e ci fa vivere una vita più tranquilla, quando si perde questa sicurezza, si è costretti a rivedere tutto, magari a trovare o a crearsi un nuovo lavoro e scoprire delle risorse inesplorate. Se si riesce a coniugare l’abilità con il piacere, lavorare può portare a nuove energie e creatività permettendoci di dare un nuovo e inaspettato slancio alla propria vita.

Lo psicologo può aiutare attraverso i mezzi in suo possesso a:
1. Ridefinire l’identità. Quando c’è molta identificazione con il lavoro e viene usato come fonte di autostima. Bisogna definirsi in funzione delle abilità o caratteristiche personali, di quello che è come persona e non con quello che fa per guadagnarsi da vivere.
2. Il riconoscimento. Rafforzamento e attuazione delle proprie risorse personali e di attività che migliorano il principio di piacere personale.
3. Imparare dalla perdita. Rimanere fermi colpevolizzandosi o lamentandosi non è ne sano ne costruttivo.
4. Non isolarsi. Parlare con la famiglia e amici può essere importante. Condividere quello che è successo aiuta ad avere sostegno, e forse è uno dei migliori modi per trovare un nuovo lavoro
5. Creare un piano di austerità se necessario. A tale fine concentrarsi in ridurre le spese il più possibile e creare un piano per arrivare alla fine del mese può aiutare a sentirsi più sicuri.
6. Stabilire una meta prima possibile. Bisogna chiedersi che cosa si desidera fare (per esempio, finire gli studi, lavorare autonomamente, fare un lavoro simile a quello che facevamo già).

 

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