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Anno Giudiziario, Mantovano: Riforma Giustizia non è apocalisse

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L’Intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2026 nel Distretto della Corte d’Appello di Napoli.

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Sig. Presidente, Sig. Procuratore generale, Signori Avvocati, Autorità tutte,

è per me un onore e un piacere essere in quest’Aula e in questo contesto, che danno ragione di quello che Napoli è stata nella storia, nel diritto, nell’arte, nell’architettura, e di quello che è ancora adesso, non soltanto in Italia, non entrerò, perché non mi compete, nel merito dell’andamento della giustizia nella corte di appello di Napoli: se non per manifestare, a nome del Governo, gratitudine per l’attività svolta in tutti gli uffici giudiziari del distretto, in ogni loro articolazione, inclusi gli avvocati e il personale delle cancellerie.

È, come i numeri, ma anche i fatti illustrati nella relazione introduttiva dimostrano, uno dei territori più complessi d’Italia, non soltanto per la quantità, ma anche per la qualità del lavoro che vi viene richiesto quotidianamente.

Come Governo, abbiamo avuto e abbiamo modo di perseguire in questo distretto un’azione comune, ciascuno per la parte di competenza, in aree particolarmente difficili, nelle quali la penetrazione criminale fa leva su un radicato disagio sociale. Non posso non ricordare la proficua collaborazione con le procure e con i tribunali che a vario titolo hanno giurisdizione su Caivano: non soltanto per l’avvenuto coordinamento di interventi impegnativi, ma anche perché quando abbiamo iniziato ad affrontare quella emergenza, alla fine di agosto 2023, all’indomani di un terribile delitto, i magistrati che abbiamo incontrato in loco – in primis quelli minorili – ci hanno segnalato lacune normative e difficoltà organizzative, e vi abbiamo dato seguito in larga parte, con decreti legge e con interventi ad hoc.

Dovremmo continuare a interrogarci, con un esame serio di quanto accade qui, su come fronteggiare una minaccia criminale che utilizza in misura crescente i minori, anche infraquattordicenni, per attività efferate, strumentalizzando la loro età. Spero che non manchino le occasioni. Sottolineo in proposito quanto siano stati positivi gli scambi di valutazioni intercorsi più di recente con le Procure interessate nella Terra dei fuochi: da tali interlocuzioni, come per Caivano, sono venute fuori norme nuove e più incisive, e una più efficace programmazione operativa.

Ho colto quanto il lavoro in atto ravvivi la speranza delle popolazioni, e di chi ne interpreta le ansie e le preoccupazioni, facendole proprie, a cominciare dai non pochi sacerdoti che da questi territori finora non si sono stancati di scuotere le nostre coscienze, di chiedere il nostro intervento, di sottrarre i più giovani alla morsa della camorra.

Non credo che questo operare insieme rappresenti qualcosa di straordinario: si pone in coerenza con quel principio di leale collaborazione che attraversa la nostra Costituzione, pur nella diversità dei compiti e delle funzioni che la Carta fondamentale assegna a ciascuna istituzione. Ci si dovrebbe sorprendere quando non si realizza, o peggio quando si ergono ostacoli a che ciò avvenga.

Poiché non intendo dilungarmi, vengo al punto che in questo momento è centrale nel dibattito sulla giustizia in Italia; ed è quello della riforma costituzionale sulla quale, dopo il doppio esame del Parlamento, fra meno di due mesi gli italiani saranno chiamati al voto: per esprimere il rammarico che quel costruttivo confronto fra le istituzioni che qui a Napoli, come in altri distretti in Italia, si attiva e conduce a risultati positivi, invece su di essa abbia conosciuto e conosca una sorta di black out, e in queste settimane si stia traducendo in uno scontro acceso.

Non entro nel merito della riforma, la cui attenta conoscenza in questa sede do per scontata. Accenno al metodo, che cade sotto la voce “confronto”. È ovvio che ci siano differenti posizioni sui tre punti qualificanti della riforma: il completamento della separazione delle carriere fra giudici e p.m. con la costituzione dei due Csm; il sorteggio, quale modalità per comporre questi ultimi; il conferimento dell’esercizio della giustizia disciplinare a un’Alta corte.

Mi chiedo però se la diversità di opinione su ciascuno di questi tre punti debba spingersi al punto da demonizzare chi sostiene tesi opposte alle proprie, con slogan che perfino i social network – non sospettabili di vicinanza al Governo – qualificano come fake, e in qualche caso sono arrivati a rimuovere.

Nel suo primo articolo la Costituzione conferisce la sovranità al popolo italiano: perché non dovremmo tenerlo in considerazione quando, in occasione delle ultime elezioni politiche, il popolo italiano ha dato fiducia a un programma elettorale che conteneva questa riforma? Non mi pare che la Costituzione dica che se assumo un impegno con gli elettori, e ne ricevo il consenso, poi devo disattendere l’impegno assunto.

In una dinamica di dialettica civile, agli argomenti a favore della riforma dovrebbero opporsi quelli contrari: non slogan secondo cui con la riforma i giudici “dipenderanno dalla politica”, la giustizia sarà “controllata dal governo”, il “governo pretende l’impunità”. Perché sappiamo che non c’è un solo rigo nel testo sottoposto a referendum che va in tali direzioni. Rilanciare questi slogan è poi, a mio avviso, particolarmente grave se a farlo è chi nella vita quotidiana rende giustizia nel caso concreto.

Vi chiedo se l’asprezza della contesa debba far scadere il dibattito al punto da evocare il rischio che, una volta approvata la riforma, anche in Italia ci saranno innocenti uccisi dalle forze di polizia come accade a Minneapolis. O da lanciare allarmi su presunte attività di spionaggio in danno dei magistrati italiani per un programma, risalente a sette anni fa, che ha sistemi di aggiornamento automatici, e fa adoperare la videocamera solo su impulso dell’interessato, come avviene per ogni collegamento web. O, per stare all’ultima perla, da sostenere, in modo incommentabile, che la riforma compromette il contrasto alla criminalità mafiosa. Di questa deriva è sempre più consapevole una parte significativa della magistratura, che – in modo crescente e pubblico – se ne sta dissociando, nonostante gli ostracismi e le interdizioni.

La proposta che mi permetto di avanzare è la seguente: oggi è il 31 gennaio. Proiettiamoci per un momento al 24 marzo. Qualunque sarà l’esito del voto referendario, parlamento, Governo e Magistratura dovranno riprendere o proseguire il lavoro di leale collaborazione fra istituzioni, ciascuna per la sua parte, in questo territorio come in tutta Italia.

Se prevalesse il Sì, si prospetta una complessa messa a terra, che avrà un peso quanto meno pari al contenuto della riforma: la legge attuativa dovrà regolamentare un organismo nuovo, quale la Corte di giustizia disciplinare, un organo che si rinnoverà sdoppiandosi, come il CSM, le modalità di accesso all’una e agli altri, i concorsi per l’ammissione alle funzioni requirente e giudicante, la scuola di formazione, i consigli giudiziari, e tanto altro ancora. Il governo non ha la pretesa di proporre al Parlamento le norme attuative senza un confronto tecnico e di merito con la magistratura e con l’avvocatura, come ieri in Cassazione ha sottolineato il ministro della Giustizia. Ovviamente, dandoci dei tempi che permettano di costituire i nuovi Csm con le nuove regole.

Come onoriamo gli impegni assunti con gli elettori, abbiamo la ferma intenzione di mantenere quelli assunti con chi abbiamo avuto – se pure occasionalmente – come interlocutori. Che cosa voglio dire? che la disponibilità al confronto sulla complessa normativa di attuazione della riforma noi l’abbiamo dichiarata all’Anm, come agli organismi rappresentativi dell’avvocatura, negli incontri svolti a Palazzo Chigi poco meno di un anno fa; non ho difficoltà a confermarla.

Né ho difficoltà ad allontanare ogni paventata prospettiva di deriva antidemocratica; per intenderci con un esempio concreto, fra i tanti che potrei fare, è ovvio che per la composizione della lista dalla quale sorteggiare i componenti laici dei nuovi CSM si dovrà tenere conto delle opposizioni, come è avvenuto finora: non farlo sarebbe contrario alla Costituzione. Basterà nella legge attuativa immaginare una maggioranza qualificata ai fini del voto sulla lista, esattamente come è stato finora.

Spero che valga per analogia un’esperienza che è in corso. Circa un mese fa il Parlamento ha approvato la riforma della Corte dei conti: con legge ordinaria invece che costituzionale, ma con analogo corollario di slogan polemici, dalla pretesa di impunità alla fuga dalla responsabilità, e così via, fino a evocare la morte della giurisdizione contabile. Non entro ovviamente nel merito delle nuove disposizioni: se non per segnalare che da decenni esse erano attese, e richieste, dai pubblici amministratori di ogni orientamento politico, e che una parte importante della magistratura contabile le ha condivise nella prospettiva di maggiori chiarezza ed efficienza. Abbassato il clamore delle polemiche, e preso atto che la Corte dei conti non è stata assassinata, coi vertici della magistratura contabile – in un clima assolutamente positivo – abbiamo attivato a Palazzo Chigi un tavolo di lavoro congiunto per dare attuazione alla delega contenuta in una parte della nuova legge. Confido che giungeremo a un risultato condiviso.

Sig. Presidente, Autorità tutte, alla luce di questa esperienza, auspico che, in vista del voto referendario, la demonizzazione lasci il posto al confronto civile, proprio di una vera democrazia. La S. Scrittura ammonisce a stare vigili perché non conosciamo “né il giorno né l’ora”; dunque, non vi è alcuna certezza che il 24 di marzo dell’Anno Domini 2026 non si scateni l’Apocalisse. Quello di cui sono certo è che se ciò si dovesse verificare, non sarà a causa della conferma referendaria della riforma della giustizia.

Il verdetto delle urne, qualunque sarà, andrà da tutti accolto con rispetto, e soprattutto con serenità. Perché verrà da quel popolo italiano, in nome del quale in queste aule tutti voi assicurate la giustizia. Grazie per l’attenzione!

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