Se avete più di ‘anta anni, probabilmente conoscete bene un certo artista diventato famoso come aiutante dei Pink Floyd e poi proseguito come solista, con una discografia costellata di concept album in cui parla di temi universali attraverso un sound sofisticato ma anche impeccabilmente prodotto.
Nel 1980 Alan Parson, musicista incredibile e artista poliedrico, con l’aiuto del fido Eric Woolfson decise di addentrarsi nel mondo del molto prima che i casinò diventassero popolari come lo sono oggi, partorendo così quello che viene universalmente considerato come il suo miglior disco.
C’era una volta Alan Parsons
The Turn Of A Friendly Card, fin dal primo ascolto, si presenta come un disco in cui il gusto del rischio è tangibile, complice anche la scelta di Woolfson e Parson di non voler predicare moralità ma soltanto di porsi come osservatori: il rischio come componente costitutiva dell’esperienza umana, in sostanza. Sacro e profano quindi si intrecciano e lo fanno a partire dalla copertina, che attraverso una vetrata ecclesiastica rappresenta uno dei simboli cardine del mondo del gioco: il Re Dei Quadri.
La genesi dell’album è strettamente legata alle atmosfere delle sale da gioco di Monte Carlo e Monaco che i musicisti visitarono da vicino durante il periodo di registrazione. Dagli scorci esperiti nacquero melodie e testi del lato B del vinile, questo pieno di una suite musicale in più parti che comincia con “The Gold Bug” e termina con la doppia coda di “The Turn Of A Friendly Card Part Two”
Archi, sintetizzatori e cori mascolini accompagnano la narrazione che esplora le fasi del gioco parlando direttamente attraverso immagini ben conosciute negli appassionati: dall’adrenalina degli “Snake Eyes” al bilancio emotivo di “Nothing Left To Lose”, il tutto all’interno di un contesto sonoro in cui la perfezione dell’alta fedeltà viene portata al suo massimo.
In “The Turn Of A Friendly Card”, inftti, Parson pretese il massimo possibile della qualità per la riproduzione, tanto da ripetere e incensare questi sforzi durante tutto il corso del periodo promozionale del disco.
Un disco nato per lo studio
La lavorazione in studio del disco, infatti, fu curata con una premura degna di un chirurgo, con mix che sono stati visti e rivisti per centinaia di volte venendo raffinati di volta in volta, complice anche il talento praticamente ingegneristico di Parsons e la collaborazione di Andrew Powell, che si occupò dell’arrangiamento delle orchestrazioni. Il risultato finale è esaltate: un tappeto sonoro di una limpidezza impressionante diventato rapidamente uno dei dischi preferiti dagli appassionati di alta fedeltà sparsi per il mondo, pagato però con le difficoltà tecniche nel portare il progetto sui palchi.
Parson stesso, infatti, dichiarò diverse volte di considerare il disco come più una ricerca sonora in laboratorio che un disco da suonare in giro per i palchi; questo perché, a suo dire, era impossibile riprodurre in maniera diretta un’alchimia di suoni pensata per uno studio di registrazione analogico.
Inutile dire che c’aveva visto lungo lui: il disco fu portato live veramente poche volte e, anzi, è diventato nel corso degli anni uno dei nomi più celebri del mondo dell’Hi-Fi. Non è un caso che alcune delle slot machine su piattaforme popolari come betfair siano influenzate dall’estetica di questo disco o dalla sua cura del suono; come potrebbe essere altrimenti?
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