Tra le navate di tufo, nel silenzio sospeso dei crani anonimi, c’è una frase che ieri rimbalzava come un sospiro collettivo: “Abbiamo lottato tanto, ma alla fine ce l’abbiamo fatta”. A pronunciarla è una donna del quartiere, mentre stringe le mani dell’arcivescovo Mimmo Battaglia. È il sentimento di un popolo che non festeggia solo una riapertura, ma il ritorno di un pezzo di sé.
Dopo sette anni di chiusura, il Cimitero delle Fontanelle — l’ossario simbolo dell’anima popolare napoletana — riapre con una promessa che è anche un impegno civile: “Mai più chiusure”. Un traguardo che il Rione Sanità vive come una liberazione, dopo anni di restauri complessi e attese estenuanti.
La riapertura è stata celebrata come un rito collettivo. Un corteo di 500 persone ha attraversato il quartiere da Largo Totò fino all’ingresso dell’ipogeo, guidato dal sindaco Gaetano Manfredi e dai giovani della Cooperativa La Paranza, che da anni rappresentano il motore del riscatto sociale della Sanità. A scandire il cammino, le voci dei bambini dell’istituto Russo-Montale, che intonavano canti dedicati alle Capuzzelle, i teschi adottati per secoli dai napoletani in un patto affettivo tra vivi e morti.
“Volevamo restituire definitivamente ai cittadini e ai turisti un luogo simbolico”, ha spiegato Manfredi, definendo la riapertura il risultato di un “percorso amministrativo fatto di interventi complessi”. Ma oltre la burocrazia, ieri, c’era soprattutto il cuore di un quartiere che non accetta più etichette di marginalità.
“La Sanità è il nucleo di una grande città culturale”, ha detto l’assessore regionale Ninni Cutaia, “qui non esistono periferie, ma radici di una profondità immensa”. Una profondità che si percepisce appena si varca la soglia dell’antica cava: nata per l’estrazione del tufo, divenne rifugio dei resti delle grandi epidemie — dalla peste del 1655 al colera del 1837 — e oggi custodisce circa 40.000 ossa.
È un luogo dove il sacro e il profano si intrecciano: dove la preghiera ufficiale convive con la tradizione popolare che chiedeva numeri per il lotto alle anime abbandonate.
La sfida della Paranza non è stata solo riaprire il sito, ma ricucire la memoria. “Siamo entrati nelle case degli abitanti di via Fontanelle per farci raccontare il loro vissuto”, spiega Isabella Di Mauro, socia della cooperativa. Tra le storie raccolte, quella di nonno Pino, oggi 93enne: aveva dieci anni quando trovò rifugio tra quelle ossa durante le Quattro Giornate di Napoli. Allora l’ossario fu un ventre materno che proteggeva dalle bombe; oggi torna a essere un motore di riscatto, pronto a portare turismo e lavoro negli angoli finora esclusi dai flussi tradizionali.
Il passaggio più intenso lo ha riservato il cardinale Battaglia, rivolgendosi ai giovani della cooperativa: “Affidare la storia nelle mani dei giovani, mani che hanno imparato a seminare dove c’era abbandono, significa dire a tutta Napoli che voi valete. Significa trasformare un luogo di morte in un’officina di vita, di lavoro e di dignità. Qui dentro sentite l’odore delle pietre, ma soprattutto quello della speranza”.
Una speranza che sabato, nel ventre della collina, aveva il volto di un quartiere che non si arrende all’indifferenza e che rivendica la propria identità culturale come una forza generativa.
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