articolo di Francesca Panìco
La plusdotazione è una forma di neurodivergenza ancora poco compresa, spesso confusa con genialità o rendimento scolastico eccellente. In realtà, come spiega Diego Fortunati, psicologo, specialista e divulgatore di plusdotazione, «non parliamo solo di intelligenza, ma di un modo diverso di funzionare, di pensare e di stare al mondo».
L’alto potenziale cognitivo (APC), usato soprattutto a scuola, indica in genere un QI tra 120 e 129; la plusdotazione, più utilizzata in psicologia, riguarda valori superiori a 130 e una maggiore complessità cognitiva ed emotiva; la giftedness è il termine anglosassone spesso sovrapponibile.
«Sono tutte neurodivergenze – chiarisce Fortunati – cioè funzionamenti diversi, non migliori o peggiori».
Tra le caratteristiche più comuni emergono curiosità intensa, profondità di pensiero, rapidità cognitiva e forte emotività.
«Il pensiero è arborescente, non lineare: si ramifica e crea connessioni – spiega Fortunati -. Non sempre però questo si traduce in successo scolastico: i plusdotati possono annoiarsi e arrivare a sottoperformare», soprattutto in contesti poco stimolanti. Proprio queste difficoltà portano talvolta a confondere la plusdotazione con ADHD o disturbo oppositivo provocatorio: disattenzione, impulsività o rifiuto delle regole possono derivare da disallineamento più che da patologia. «A volte l’alto potenziale nasconde altre condizioni o viceversa».
La letteratura individua sei profili principali:
«Il profilo di successo è ben adattato e performante, ma spesso teme il fallimento e tende a compiacere. Il creativo è brillante e originale, ma può essere oppositivo e poco incline alle regole. Il sotterraneo, più frequente nelle ragazze, nasconde le proprie capacità per sentirsi accettato, con ricadute sull’identità. Il ribelle (o a rischio) manifesta disagio, rifiuto scolastico e difficoltà emotive marcate. Il profilo “doppia eccezionalità” (2e) unisce plusdotazione e altre condizioni come ADHD o DSA, rendendo la lettura del funzionamento più complessa. Infine l’autonomo è equilibrato, consapevole e capace di esprimere pienamente il proprio potenziale. Non esiste un unico modo di essere plusdotati» – sottolinea Fortunati.
Tra i segnali utili al riconoscimento ci sono immaginazione vivace, capacità di trovare soluzioni senza esperienza e domande profonde, ma anche uno sviluppo asincrono: «Il pensiero può essere molto avanzato mentre la gestione emotiva resta in linea con l’età. La valutazione non si basa solo sul QI ma servono test e colloqui clinici per comprendere davvero il funzionamento».
Fondamentale il supporto: «Non hanno bisogno di più stimoli, ma di stimoli adeguati e di essere compresi».
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