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Al Trianon Viviani si riunisce la famiglia Di Maio

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Era il 31 ottobre del 1984, intorno alle 22. Luca De Filippo era in scena, quando ricevette la notizia che Eduardo, di cui bastava dire solo il nome, perché si capisse di chi stavamo parlando, come i grandi calciatori brasiliani, che dietro la maglia hanno indicato solo il nome di battesimo, Eduardo era andato via per sempre.

Luca continuò, poi lo disse alla compagnia. Perché il teatro non fa sconti ti impone le sue regole, e anche se non è facile scriviamo di un allestimento al teatro Trianon Viviani, che definire esilarante significherebbe volerlo chiudere in un recinto che non gli restituisce appieno la dignità di cui è materia.

“È asciuto pazzo ‘o parrucchiano” se questa non fosse una città distratta sarebbe un testo, come tutto il teatro di Gaetano Di Maio, da studiare nelle scuole di teatro. Un meccanismo perfetto in cui gli attori non devono fare altro che seguire tracce e sottotracce che si trovano puntellate qua e là, in tutto il testo.

E la “grande magia” in questo caso è vedere insieme sul palco Oscar e Oscarino Di Maio, insieme a eseguire all’unisono lo spartito scritto dallo zio. In questi giorni non è facile scrivere di questi argomenti. La città ha perso quello che per decenni è stato il tempio della compagnia di Luisa Conte e del suo autore Di Maio, con testi che citare sarebbe pleonastico.

La trama di “È asciuto pazzo ‘o parrucchiano” è fin troppo semplice. Don Sandro, con l’aiuto del sacrestano Modestino e della perpetua Donna Rosa, cerca di risolvere le problematiche dei paesani, a volte ricorrendo a finte apparizioni o miracoli. I Di Maio riescono a farci ridere dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità, e assistendo alla perfetta esecuzione dei solisti, si comprendono anche i mesi e mesi di repliche in quel teatro che non c’è più, dove molti sono i ricordi dei papà che, per regalare a sé stessi e alle famiglie due ore di spensieratezza, portavano moglie e figli a vedere quegli allestimenti, in un rito collettivo e piacevole. E quando non c’era posto in sala, si mettevano i posti aggiunti.

Anche da dietro una colonna era bello e si rideva. Si rideva. I due attori-cugini conducono per mano gli spettatori nella trama, negli equivoci provocati dalla goffaggine di don Sandro nel cercare di trovare rimedio ai piccoli o grandi problemi del paesino.

Don Sandro è Ciro Scherma, Alessandra Borrelli nota come ‘Nzalatella, la perpetua Rosa, Oscar Di Maio, che firma anche la regia è Modestino, il sacrestano, spesso testimone involontario delle presunte malefatte, che poi si rivelano equivoci, di don Sandro, il sindaco è Oscarino Di Maio, esilarante compagno di viaggio e “puledro di razza”.

Lo zoccolo duro è qui, contornato da una schiera di bravi attori quali Marcello Borsa, Francesco Cozzolino, Anna Damasco, Carmela Falciola, Rodolfo Fornaro, Aurelio Magnetti, Francesco Petrillo, Antonella Quaranta, Selenia Scognamiglio, Ambra Valva. Menzione speciale per Marzia Di Maio, promettente giovane attrice che segue le orme di Oscar. Bravissimi autisti alla guida di una macchina di lusso perfetta da guidare, e due risate in questi tempi di magra contemporaneità non fanno mai male.


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