Calzaturiero, primi timidi segnali di ripresa.

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Timidi segnali di rinascita nel primo trimestre 2021 per l’industria calzaturiera grazie all’export (+0,3% in quantità e +3% a valore il totale Italia) ma i livelli pre-covid restano lontani. Secondo gli ultimi dati elaborati dal Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici, dopo le flessioni senza precedenti registrate nel 2020, con una perdita di circa 1/4 del fatturato e della produzione nazionale, il graduale miglioramento nella situazione epidemiologica, con il conseguente allentamento, in Italia e in diversi Paesi, delle misure restrittive adottate per arginare i contagi, ha favorito in avvio dell’anno un ritorno a livelli di attività un po’ meno negativi rispetto ai trimestri precedenti, benché ancora ampiamente sottotono.

In Campania nel primo trimestre 2021 il numero di imprese (tra calzaturifici e produttori di parti) ha registrato, secondo i dati di Infocamere-Movimprese, una flessione pari a -18 unità, tra industria e artigianato, accompagnata però da un saldo positivo di +12 addetti. Sul fronte dell’export si registra un recupero del +2,2% in valore sullo stesso periodo dell’anno precedente, tra calzature e componentistica. Le prime 4 destinazioni dell’export campano nel primo trimestre 2021 sono risultate: Francia (+57,7%, che copre oltre il 40% del totale), Germania (-19,9%), Svizzera (-30,2%) e Russia (+59,4%).

La ripresa è ancora distante, sebbene l’attenuarsi della virulenza pandemica riesca a farci intravedere la luce in fondo al tunnel – spiega Siro Badon, Presidente di Assocalzaturifici commentando i dati nazionali del settore – Se sul fronte estero il rimbalzo di marzo è bastato per riportare i risultati del trimestre almeno sui valori della prima frazione 2020, non così sul mercato interno, dove la chiusura dei negozi nei centri commerciali nel weekend, misura rimossa solo lo scorso maggio, ha indotto un ulteriore calo negli acquisti delle famiglie rispetto ai primi 3 mesi di un anno addietro. I tempi di recupero non saranno brevi, con pesanti conseguenze sulla selezione tra le imprese e la tenuta occupazionale. In particolare, la produzione nazionale evidenzia nel primo trimestre una flessione del -6,4% su gennaio-marzo 2020 e addirittura un -30% circa sull’analogo periodo 2019 pre-pandemia. Sul mercato interno, gli acquisti mostrano un calo del -3,5% in quantità e del -6,9% in termini di spesa, con un divario superiore al -20% su due anni addietro”.

Il report di Assocalzaturifici indica come anche il prezzo medio al paio degli acquisti delle famiglie italiane sia diminuito nel primo trimestre del -3,5%, a causa del maggior peso, sul totale, di calzature leisure e pantofoleria, dal valore medio più contenuto rispetto a quelle per occasioni formali. Solo le calzature sportive e le sneakers evidenziano un recupero nei consumi (+7,8% in volume), seppur decisamente parziale.

Sul fronte dell’export, nei dati nazionali emerge l’incremento dei flussi verso Svizzera (+13% in quantità) e Francia (+8% in quantità), entrambe legate al terzismo effettuato per le griffe internazionali del lusso, e fuori dall’Europa la crescita della Cina (+44,4% in volume e +74,8% in valore sui primi 3 mesi 2020), che ha interessato in particolare l’alto di gamma (il prezzo medio verso questo mercato è cresciuto del 21%) premiando quindi soprattutto i grandi marchi del fashion. A favorire queste performance, l’espansione economica del Paese, il revenge spending dei consumatori dopo le restrizioni subìte durante l’emergenza sanitaria, e l’ingresso diretto di merci che in precedenza transitavano da Hong Kong (che registra infatti una contrazione dell’11,4% delle calzature in arrivo dall’Italia). Le esportazioni attuali verso la Cina risultano ben al di sopra dei livelli 2019 pre-Covid (+11,2% in volume e +24% in valore). “A queste performance positive – continua Badon – fanno da contraltare i ritmi blandi per alcuni importanti tradizionali mercati di sbocco, come Germania (-0,8% in quantità), USA (che dopo aver perso il 30% nel corso del 2020 segnano nel primo trimestre un modesto +3,5% in volume, con un -8,6% in valore) e Spagna (-5,9% in quantità), cui si aggiunge il crollo delle vendite nel Regno Unito (in caduta di oltre il 40% su gennaio-marzo dello scorso anno)”. Il saldo commerciale dei primi 3 mesi risulta in attivo per 1,13 miliardi di euro (+11,2%), sebbene ancora inferiore del -4,3% rispetto a due anni addietro.

A livello territoriale emerge un andamento disomogeneo. Tra le principali regioni esportatrici, recupero considerevole in valore per la Toscana (+28,7% su gennaio-marzo 2020) e trend comunque positivi per Veneto (+6,2%), Piemonte (+11,5%), Puglia (+2,5%) e Campania (+2,2%). Le Marche (-11,7% globalmente, con Fermo e Ascoli di nuovo in calo, -16,5% e -22,7% rispettivamente, e un timido +4,5% per Macerata) e l’Emilia Romagna (-32,1%, con il crollo dei flussi di Piacenza legati alla logistica, -80%, e Forlì-Cesena invariata, +0,5%) presentano invece arretramenti. Pressoché stabile la Lombardia (-0,7%). Tutte comunque, ad eccezione del Piemonte, risultano ancora al di sotto dei valori di export 2019 pre-Covid. Nella graduatoria per province, exploit di Firenze (+44%, con un +16% anche sul primo trimestre 2019), saldamente al primo posto (con una quota del 18,2% sul totale nazionale). Nella lettura di tali dati vanno comunque considerate le distorsioni prodotte in caso di discrepanza tra provincia/regione di produzione e di successiva spedizione. Questo spiega la forte crescita recente (grazie a nuovi insediamenti logistici, spesso legati alle vendite online o a depositi delle multinazionali del lusso) dell’export da territori in cui, tradizionalmente, la produzione calzaturiera non è radicata; così come i crolli improvvisi.

Infine, per quanto riguarda la demografia delle imprese, a fine marzo si contavano in Italia 4.097 calzaturifici attivi, tra industria e artigianato (55 in meno su dicembre 2020, corrispondenti al -1,3%) e 71.644 addetti (-238, pari al -0,3%). Considerando anche i produttori di componentistica per calzature, i saldi negativi sul consuntivo 2020 salgono a -123 aziende e -587 addetti. Dati che suscitano qualche timore per la tenuta occupazionale dei mesi a venire, soprattutto quando verrà meno il blocco dei licenziamenti. Le ore di cassa integrazione guadagni autorizzate da INPS nei primi 4 mesi dell’anno per le aziende della Filiera Pelle restano su livelli eccezionalmente alti, 24 milioni, malgrado il -6,8% su gennaio-aprile dello scorso anno. Nell’analogo periodo di due anni addietro, prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria, le ore erano 2,8 milioni; e 10,3 milioni nel 2010, in piena crisi economica mondiale. Campania (+53%), Emilia Romagna (+28,5%) e Umbria (+92%) le regioni con un ulteriore aumento sul 2020. La Toscana (-2,2%) quella col maggior numero di ore autorizzate nel trimestre (6,1 milioni), seguita dalla Campania (5,1 milioni) e dalle Marche (3,7 milioni di ore).

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