Dalla formazione per reparti alla revisione dei flussi di lavoro: un approccio pratico per aiutare imprese e professionisti della Campania a usare l’AI con metodo, sicurezza e risultati misurabili.
L’intelligenza artificiale è già entrata nelle aziende, spesso prima ancora che imprenditori e direzioni abbiano definito regole, obiettivi e responsabilità. C’è chi la utilizza per scrivere email, chi per sintetizzare documenti, chi per preparare offerte commerciali o analizzare fogli di calcolo. Il punto, oggi, non è più decidere se adottarla, ma capire come trasformare tanti esperimenti individuali in un metodo di lavoro condiviso.
I numeri descrivono bene questa fase di passaggio. Nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti ha utilizzato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, il doppio rispetto all’8,2% del 2024. Allo stesso tempo, la mancanza di competenze adeguate ha frenato quasi il 60% delle aziende che avevano valutato un investimento senza poi realizzarlo. Marketing e vendite, amministrazione, ricerca e sviluppo sono tra le funzioni maggiormente coinvolte.
È in questo spazio tra curiosità e applicazione concreta che opera Marco Ilardi, imprenditore digitale napoletano, fondatore e CEO della software house Micropedia, sviluppatore di soluzioni personalizzate e formatore sui temi dell’intelligenza artificiale, del prompt engineering e della reputazione digitale. La sua proposta per le imprese di Napoli e della Campania parte da un principio semplice: prima degli strumenti vengono i processi e le persone che li gestiscono.
Dottor Ilardi, qual è l’errore più frequente delle aziende che si avvicinano all’AI?
«Confondere l’accesso a uno strumento con l’acquisizione di una competenza. Aprire ChatGPT, Claude o Gemini e fare qualche domanda è immediato; integrare l’intelligenza artificiale in un flusso di lavoro richiede invece metodo. Bisogna identificare le attività ripetitive, chiarire quali dati possono essere utilizzati, definire come verificare gli output e stabilire chi resta responsabile della decisione finale. Senza questi passaggi, l’AI può produrre testi più velocemente, ma non necessariamente migliorare il processo.»
Perché propone percorsi diversi per ogni reparto?
«Perché un corso generico rischia di creare entusiasmo senza cambiare davvero il lavoro. L’amministrazione può avere bisogno di estrarre informazioni da documenti, confrontare preventivi, organizzare dati o predisporre bozze di comunicazioni. Il commerciale può lavorare sulla preparazione degli incontri, sulla personalizzazione delle offerte e sul riordino delle informazioni presenti nel CRM. Il marketing può accelerare la ricerca, la pianificazione editoriale e la produzione di varianti, mantenendo però controllo sul tono di voce e sulla reputazione del marchio. La direzione, infine, deve comprendere opportunità, costi, rischi e criteri di misurazione. Le persone devono riconoscere casi d’uso vicini alle proprie attività quotidiane.»
Come si costruisce, concretamente, un progetto formativo?
«Il primo passo è l’analisi dei fabbisogni. Incontro responsabili e collaboratori, ricostruisco alcuni flussi reali e individuo i punti in cui si perdono tempo, informazioni o qualità. A quel punto selezioniamo pochi casi d’uso ad alto impatto e basso rischio. La formazione alterna principi, dimostrazioni ed esercitazioni su materiali coerenti con il contesto aziendale. L’obiettivo non è imparare una raccolta di prompt da copiare, ma acquisire un metodo replicabile: definire il compito, fornire il contesto necessario, imporre vincoli, chiedere un formato preciso, verificare il risultato e migliorare progressivamente la richiesta.»
Quali tecnologie entrano nei suoi corsi?
«La scelta dipende sempre dall’obiettivo. Per la scrittura, l’analisi e il ragionamento si possono confrontare ecosistemi come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini di Google. Per lavorare con fonti e documenti diventano utili strumenti orientati alla ricerca e alla sintesi; per immagini, audio, video e presentazioni servono modelli specializzati. Quando il valore nasce dal collegamento tra più applicazioni, introduco anche piattaforme di automazione come Make e mostro come l’AI possa dialogare con software gestionali e soluzioni sviluppate su misura. Non esiste il modello migliore in assoluto: esiste quello più adatto al compito, ai dati disponibili, al livello di rischio e all’infrastruttura dell’azienda.»
Quindi il prompt engineering non basta?
«È una competenza importante, ma rappresenta solo un livello del lavoro. Un buon prompt migliora l’interazione con il modello; un buon processo stabilisce anche da dove arrivano i dati, quali controlli effettuare, come conservare le versioni, quando coinvolgere una persona e come misurare il risultato. Per questo nei percorsi affronto anche verifica delle fonti, allucinazioni, tutela dei dati, copyright, sicurezza e responsabilità umana. La produttività non consiste nel generare più contenuti, ma nel ridurre attività inutili ed errori senza abbassare la qualità.»
La formazione è anche un tema di conformità?
«Sì, ma non deve essere vissuta come un adempimento isolato. L’articolo 4 dell’AI Act europeo richiede a fornitori e utilizzatori professionali di sistemi di AI di adottare misure a sostegno dell’alfabetizzazione del personale e delle altre persone che operano per loro conto, considerando conoscenze, esperienza e contesto d’uso. Le autorità nazionali hanno iniziato la vigilanza e l’applicazione di questa disposizione dal 2 agosto 2026. Una formazione coerente con i ruoli aiuta quindi sia a lavorare meglio sia a dimostrare che l’impresa ha affrontato il tema in modo responsabile. Naturalmente il percorso formativo non sostituisce una consulenza legale o privacy quando il progetto lo richiede.»
Come si misura il ritorno della formazione sull’intelligenza artificiale?
«Prima di iniziare bisogna fissare una base di confronto. Quanto tempo richiede oggi una determinata attività? Quanti passaggi, revisioni o errori comporta? Dopo la formazione si può misurare la riduzione dei tempi, la qualità dell’output, la percentuale di riuso dei modelli creati e il numero di persone che applicano correttamente il nuovo metodo. È preferibile partire da un progetto pilota di quattro o sei settimane, raccogliere evidenze e decidere solo dopo se estendere l’approccio ad altri reparti. È un modo concreto per evitare acquisti impulsivi e costruire consenso interno.»
Qual è il valore della sua esperienza da sviluppatore?
«Sviluppo software su misura da oltre venticinque anni. Questo mi porta a leggere l’AI non come una funzione separata, ma come un componente che deve inserirsi in sistemi, database, procedure e responsabilità già esistenti. Durante un corso posso spiegare l’uso degli strumenti accessibili a tutti, ma anche riconoscere quando il problema richiede un’integrazione tecnica, un’automazione o un’applicazione personalizzata. È una distinzione importante: non tutto si risolve con un chatbot e non tutto richiede un progetto software complesso.»
Napoli e la Campania sono pronte per questo passaggio?
«Il territorio possiede competenze, università, professionisti e imprese capaci di innovare. La sfida è rendere l’adozione accessibile anche alle piccole e medie aziende, che non possono permettersi sperimentazioni infinite. A Napoli, Caserta, Salerno, Avellino e Benevento esistono realtà molto diverse: manifattura, turismo, ristorazione, servizi professionali, commercio, logistica e sanità. Proprio per questo servono percorsi personalizzati e casi d’uso aderenti ai settori, non pacchetti identici per tutti. La formazione in presenza favorisce il confronto tra reparti; quella online consente invece continuità e affiancamento anche a team distribuiti.»
Divulgazione quotidiana e formazione: che rapporto c’è?
«Gli strumenti cambiano rapidamente. Pubblicare quasi ogni giorno pillole e notizie sull’intelligenza artificiale mi obbliga a verificare le novità, provarle e tradurle in un linguaggio comprensibile. Sono particolarmente presente su YouTube con @marcoilardi, su Instagram con @marco_ilardi e su TikTok con @marco.ilardi. Nei contenuti brevi segnalo cosa sta cambiando; nei corsi posso approfondire, contestualizzare e trasformare una novità in una procedura utile per l’azienda.»
Da dove dovrebbe cominciare un’impresa?
«Da un inventario semplice: quali strumenti di AI vengono già utilizzati, da chi, per quali attività e con quali dati. Poi scegliere un processo limitato ma rilevante, coinvolgere chi lo conosce davvero, definire regole minime e formare le persone sul caso concreto. Solo dopo ha senso parlare di estensione, licenze e integrazioni. L’intelligenza artificiale crea valore quando diventa una competenza organizzativa, non quando resta il trucco personale di qualche dipendente.»
Un percorso che unisce tecnologia, organizzazione e reputazione
La formazione proposta da Ilardi integra così competenze maturate nello sviluppo software, nell’automazione, nella consulenza SEO e nel brand management. Ha conseguito un Master in Brand Management alla SDA Bocconi e un Master in Marketing e Management Farmaceutico alla 24ORE Business School; è inoltre autore di libri e contenuti dedicati alla reputazione digitale e all’uso dell’intelligenza artificiale nella comunicazione. Una combinazione utile soprattutto quando l’adozione dell’AI coinvolge non soltanto l’efficienza interna, ma anche informazioni pubbliche, contenuti e identità del marchio.
Le imprese interessate a progettare corsi di intelligenza artificiale per aziende a Napoli e in Campania possono partire da un’analisi dei fabbisogni e costruire un programma rivolto alla direzione o ai singoli reparti, in presenza oppure online. Il traguardo non è inseguire ogni nuova piattaforma, ma dotare l’organizzazione di criteri, competenze e procedure capaci di durare oltre il prossimo aggiornamento tecnologico.




















































