Intervento del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli Carmine Foreste
alla Cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte d’Appello di Napoli:
Signor Ministro Guardasigilli
Signora Presidente della Corte di Appello
Signor Procuratore Generale
Autorità civili, militari e religiose
Avvocate e Avvocati
Magistrate e Magistrati
Signore e Signori
porgo il saluto dei Consigli dell’Ordine di Napoli, Avellino, Benevento, Napoli Nord, Nola, Santa Maria Capua Vetere e Torre Annunziata.
L’Avvocatura ha da sempre contribuito alla tutela dei diritti e alla autonomia della giurisdizione, i Busti dei Grandi Avvocati presenti in questo Salone ne sono plastica testimonianza; come la Memoria del coraggio dell’Avvocatura Napoletana, custodita nei verbali del nostro Consiglio, che, nel procrastinare, oltremodo, la cancellazione degli avvocati ebrei, si oppose all’applicazione delle leggi razziali.
Mi preme ribadirlo a pochi giorni dalla Giornata della Memoria e all’indomani della giornata
internazionale dell’Avvocato in pericolo, per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni
rispetto alle violazioni dei diritti umani e dello stato di diritto.
Violazioni che avvengono in molti Stati dove gli avvocati subiscono intimidazioni, violenze e
ingiustizie, solo perché colpevoli di difendere in autonomia ed indipendenza i diritti dei loro
assistiti.
Anche nel nostro Paese va ricordato il sacrificio di avvocati, come Antonio Metafora, Giorgio
Ambrosoli, Fulvio Croce, Enzo Fragalà, che hanno pagato con la vita il loro attaccamento alla toga ed ai valori di probità ed indipendenza nell’esercizio della professione forense, rendendosi massimi interpreti della funzione sociale dell’Avvocatura.
La nostra tradizione forense non è solo il mero ricordo di un glorioso passato, ma vive ancora oggi nell’attualità dei suoi insegnamenti.
È proprio per questo che, a quarant’anni dalla sua scomparsa, voglio ricordare la figura di uno dei nostri Maggiori: Alfredo De Marsico, illustre e autorevolissimo Avvocato, insigne giurista e Presidente del nostro Ordine per ben 8 consiliature.
Dai suoi insegnamenti, ancora oggi, è possibile trarre illuminanti indicazioni per affrontare la delicata questione della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante.
Quando ancora vigeva un modello inquisitorio, De Marsico ebbe modo di affermare: “il processo penale non può svolgersi se non sul principio delle parità delle armi, quindi dell’uguaglianza delle facoltà delle parti e dei poteri spettanti al P.M. ed al Difensore. Questa è stata la mia verità scientifica, questa è stata sempre la mia fede di Avvocato”.
Il nuovo codice di procedura penale di tipo accusatorio è fondato sulla separazione funzionale, interna al processo, tra Pubblici Ministeri e Giudici.
L’art. 111 della Costituzione ha disegnato un processo penale fondato sulla parità delle parti e sulla terzietà ed imparzialità del giudice.
Ebbene, ai fini dell’attuazione piena di un sistema processuale realmente accusatorio e del
rispetto dei principi del giusto processo sanciti dall’art. 111 della Costituzione, è ineludibile che alla separazione funzionale si accompagni una separazione ordinamentale tra magistratura requirente e giudicante.
Si badi!!! entrambe autonome e indipendenti da altri poteri dello Stato.
Del paventato asservimento del Pubblico Ministero al Governo, non v’è traccia nel disegno di legge di riforma costituzionale, ove è previsto che “LA MAGISTRATURA COSTITUISCE UN
ORDINE AUTONOMO E INDIPENDENTE DA OGNI ALTRO POTERE ED E’ COMPOSTA DAI MAGISTRATI DELLA CARRIERA GIUDICANTE E DELLA CARRIERA REQUIRENTE”.
Le riforme del processo penale vanno analizzate soprattutto nella prospettiva delle garanzie dei diritti di difesa degli imputati, per i quali, certamente, un Giudice che non sia più “collega” del Pubblico Ministero apparirà ancor più credibile.
Ma la separazione delle carriere non è l’unico tema, in materia penale, che merita estrema
attenzione.
Altra questione di fondamentale rilievo attiene al trattamento disumano e degradante che subiscono i detenuti in ragione del sovraffollamento delle carceri italiane, una drammatica emergenza nazionale; basti pensare che l’indice di sovraffollamento è arrivato al 132,05%, raggiungendo livelli di guardia, che non si verificavano dal 2013, cioè dalle condanne inflitte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Sono 61.852 i detenuti nelle carceri italiane (di cui il 25% in custodia cautelare).
L’altissima densità di detenuti trasforma i penitenziari in vere e proprie polveriere, ove il rispetto della dignità umana e la funzione rieducativa della pena, garantita dall’art. 27 della Carta Costituzionale, vengono quotidianamente violati.
Nel corso dell’anno 2024, 88 detenuti si sono tolti la vita, di cui circa la metà ancora in custodia cautelare, in attesa di giudizio di primo grado.
Nei primi giorni dell’anno 2025, già sono 6 i detenuti morti suicida, di cui 4 in attesa di giudizio.
Abbiamo l’obbligo di raccogliere gli accorati e ripetuti appelli ad una soluzione urgente delle gravi problematiche legate agli istituti di pena, provenienti dal Santo Padre che, con un gesto di altissimo significato simbolico, ha aperto la Porta Santa del Giubileo nel carcere romano di Rebibbia.
Il problema richiede soluzioni immediate che non possono essere affidate solo alla costruzione di nuove carceri o al necessario sostegno psicologico ai detenuti.
Sono necessari:
1. provvedimenti di amnistia e indulto, quanto meno per i reati meno gravi;
2. una depenalizzazione seria e ragionata delle fattispecie “bagattellari”, a fronte della
proliferazione schizofrenica di nuove fattispecie penali fondate su presunte “esigenze
emergenziali”;
3. una limitazione delle incriminazioni ai fatti realmente offensivi dei moderni beni giuridici
costituzionalmente garantiti;
4. un sistema sanzionatorio ancor più aperto alle misure alternative, alle sanzioni sostitutive e alla messa alla prova;
5. una riforma e comunque un uso più ponderato delle misure della custodia cautelare in
carcere, che da extrema ratio continuano ad essere forme di anticipazione della pena.
I problemi della giustizia penale non attengono solo al mancato rispetto dei principi
costituzionali, ma riguardano anche il processo.
Mi riferisco al processo penale telematico che, all’indomani della entrata in vigore delle nuove disposizioni, sconta il mancato funzionamento dell’applicativo destinato ai magistrati e di quello dell’avvocatura, con gravi lesioni del diritto di difesa.
Siamo aperti ad un confronto sul tema, ma ribadiamo che il deposito di atti in udienza debba essere ammesso esclusivamente in forma cartacea (c.d analogica).
Qualsiasi provvedimento che escluda tale fondamentale facoltà, si porrebbe in netto contrasto con il chiaro dettato legislativo (artt. 111 bis e 111 ter c.p.p.), nonché con le norme tecniche emanate dal DGSIA (provvedimenti dell’11 luglio 2023 e del 08 gennaio 2025).
Occorre porre un freno ai plurimi provvedimenti locali, adottati inaudita altera parte, che
disapplicano il diritto, disorientano gli operatori e alimentano l’incertezza !!!
Anche sul fronte del processo civile, registriamo criticità in relazione all’abuso del ricorso alla trattazione scritta.
Il principio dell’oralità è sinonimo di processo giusto, è garanzia del contraddittorio, è baluardo di tutela rispetto alla deriva dell’Intelligenza artificiale.
L’Intelligenza artificiale non può essere la panacea per risolvere i problemi della Giustizia,
sostituendosi alla Giustizia stessa.
Il rischio è quello dell’appiattimento del diritto e dell’evoluzione giurispudenziale, nonché
“dell’atrofia” del pensiero giuridico ed umano.
Altro tema fondamentale del processo riguarda l’accesso alla giurisdizione, che deve essere
garantito a tutti, anche ai cittadini meno abbienti, che dispongono di un reddito di poco superiore alla soglia prevista per l’ammissione al Patrocinio a spese dello Stato.
Qualsiasi disposizione che subordini il diritto di agire in giudizio ad un adempimento fiscale è da considerarsi in contrasto con i principi costituzionali.
È inaccettabile che una causa non possa essere iscritta a ruolo se non è prima versato il contributo unificato come previsto dal nuovo comma 3 dell’art. 14 del Dpr 115/2002.
La farraginosità del sistema di recupero dei contributi non pagati e l’accumulo di un credito
dell’amministrazione finanziaria a tale titolo nei confronti delle parti, non è un valido motivo
per violare principi costituzionali e limitare l’accesso alla giustizia.
A ciò si aggiunge che gli alti costi della giustizia sopportati dal cittadino non si traducono in
adeguati investimenti.
Si pensi alla drammatica situazione dell’Ufficio del Giudice di Pace, caratterizzata dall’assenza di risorse umane (magistrati e personale amministrativo) e dalle inadeguatezze delle strutture, anche tecnologiche.
Tale situazione produce rinvii seriali delle udienze, anche oltre i due anni, con conseguente
negazione della giustizia e mancata tutela dei diritti dei cittadini.
A ciò si aggiunge che è facile prevedere che dal prossimo ottobre, con l’entrata in vigore delle nuove competenze per i giudici di pace, tra cui le liti riguardanti diritti reali, comunione e condominio, il sistema collasserà.
Su questo tema l’Avvocatura del Distretto di Napoli ha richiesto da tempo:
– la copertura delle piante organiche;
– l’adeguamento strutturale degli edifici connesso alle esigenze tecniche del pct;
– la proroga, se non il superamento, delle disposizioni che ampliano le competenze.
Le criticità degli Uffici del Giudice di Pace sono ancora più rilevanti nel nostro Distretto, la cui grandezza e complessità richiede una particolare sensibilità da parte degli operatori del diritto.
E’ stato avviato un percorso sinergico tra avvocatura e magistratura, in particolare con la
Presidente della Corte d’Appello, che ringrazio, per analizzare e superare le gravi criticità legate agli Uffici del Giudice di Pace del Distretto, un modello che dobbiamo realizzare per ogni ambito del settore Giustizia.
Sono certo che avvocatura e magistratura non perderanno l’occasione di collaborare,
rifuggendo da ogni forma di protesta, che conduca allo scontro istituzionale; ed avviando un confronto costruttivo e sinergico volto al miglioramento del sistema giurisdizionale nella sua evidente complessità.
Auspico, dunque, che Avvocatura e Magistratura cooperino, attraverso un linguaggio comune, per rispondere alle sfide del presente e anticipare quelle del futuro.
Questa è l’unica strada da percorrere per raggiungere il comune obiettivo della tutela dei diritti fondamentali.
Ringrazio le colleghe ed i colleghi che con il loro operato contribuiscono ad elevare il prestigio dell’intera classe e della nostra Istituzione, per me motivo di immenso orgoglio.
Concludo ricordando ciò che affermò Enrico De Nicola, in occasione del suo Insediamento come Capo provvisorio dello Stato, “Dobbiamo avere la coscienza dell’unica forza di cui disponiamo: della nostra infrangibile unione. Con essa potremo superare le gigantesche difficoltà che s’ergono dinnanzi a noi”.
Grazie



















































