C’è un luogo sulla Terra dove accendere un cellulare può diventare un rischio per la ricerca scientifica. È il deserto del Karoo, nel nord-ovest del Sudafrica, uno dei due siti scelti per costruire SKA, la gigantesca infrastruttura internazionale di radioastronomia che, una volta completata, permetterà di osservare l’Universo con una potenza mai raggiunta prima. L’altra metà del progetto sorgerà nell’Australia occidentale: migliaia di chilometri di distanza, ma un unico grande telescopio costituito non da una gigantesca parabola, bensì da una rete di antenne capaci di lavorare insieme.
«Il progetto nasce molti anni fa, ma il kick off reale è del 2012. È un’opera gigantesca: l’obiettivo è arrivare a una superficie di ricezione pari a un chilometro quadrato. Non avremo una grande parabola, ma tantissime antenne che, insieme, formeranno una superficie di raccolta senza precedenti e daranno al sistema una potenza mai avuta prima nell’osservazione dell’Universo», spiega Renato Aurigemma, amministratore delegato di SAM4SKA Srl, spin-off della Società Aerospaziale Mediterranea nato proprio per lavorare al progetto.

La scelta dei deserti è legata alla necessità di proteggere i segnali provenienti dallo spazio dalle interferenze prodotte dall’uomo. «Non ci devono essere interferenze di nessun genere. In Sudafrica, quando i telescopi stanno osservando, non possiamo utilizzare i cellulari: un semplice segnale può rischiare di danneggiare apparati che costano centinaia di migliaia di euro». Una condizione che restituisce immediatamente la scala tecnologica di un progetto destinato a cambiare il modo di osservare il cosmo.
SKA è già in funzione, seppure in una fase iniziale: le prime antenne stanno raccogliendo dati e producendo immagini. Ma il vero obiettivo è molto più ambizioso: «La cosa più semplice da dire è che si vuole studiare l’origine dell’Universo». Le onde radio intercettate potranno infatti arrivare da epoche lontanissime. «Alcune frequenze risalgono a circa 13,5 miliardi di anni fa. Il Big Bang risale a 13,8 miliardi di anni fa: significa che potremo arrivare molto vicini alla nascita dell’Universo».
Non solo origini, però. SKA studierà l’evoluzione delle galassie, la materia oscura e l’energia oscura, i buchi neri e le pulsar. E proverà anche a cercare tracce di altre forme di vita intelligente. «Non vedremo certamente l’omino, il marziano che cammina sul pianeta, ma potremmo riconoscere segnali, strutture o manufatti che facciano pensare all’attività di una civiltà».
La strada è ancora lunga. Il primo lotto in Sudafrica prevede circa 180-200 antenne, mentre il progetto complessivo punta a superare le 1.500-2.000. «Ci sono voluti diversi anni per arrivare al primo lotto e si parla di almeno cinquant’anni per completare l’intero progetto. Io probabilmente non ne vedrò la fine, ma sono queste le grandi opere della Big Science: chi comincia spesso non arriva alla conclusione, vede però i progressi in corso d’opera».
SAM4SKA è parte di questa sfida internazionale. «Nel 2012 non c’era budget e chi iniziava a lavorare lo faceva a proprie spese. Ci siamo autotassati per i primi anni, poi con fondi di ricerca e altri strumenti siamo andati avanti». Oggi l’azienda italiana partecipa alla costruzione delle antenne insieme a un team internazionale, mentre una complessa infrastruttura informatica dovrà gestire una quantità di dati senza precedenti. Il viaggio verso le origini dell’Universo, dunque, è già cominciato.
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