In occasione della festa del lavoro l’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Domenico Battaglia, ha celebrato la Santa Messa nello stabilimento Kiton di Arzano.
L’omelia del Cardinale Battaglia
Stamattina vi esprimo la mia gioia di condividere il tempo sacro di questa celebrazione liturgica in un luogo di lavoro, in cui le mani delle lavoratrici e dei lavoratori immerse nei tessuti diventano arte visiva che veste persone in tutto il mondo.
Questa liturgia, che esprime la presenza del sacro che solitamente abita le nostre chiese, incontra la sacralità di chi tutti i giorni in questo luogo continua l’opera della creatività di Dio attraverso il proprio impegno. Non solo. Stamattina le lavoratrici e i lavoratori di Kiton ricordano il compianto fondatore di questo marchio internazionale, Ciro Paone, attraverso una richiesta, accolta dalle autorità qui presenti, di denominare la strada in cui insiste questo complesso con il suo nome, intitolandola a lui in segno di stima e di affetto verso questa figura indimenticata. Perciò ringrazio Maria Giovanna per il suo saluto, che rinnova l’attenzione del suo papà verso i propri dipendenti e la innova con responsabilità sociale attraverso l’impegno di un accompagnamento lavorativo verso alcune persone che la Chiesa accompagna nei momenti di fatica e di difficoltà.
Ed è proprio in questo luogo di eccellenza del nostro territorio fatto di buone prassi, che vorrei confidarvi che sono qui in mezzo a voi con il cuore che pesa.
Perché parlare di lavoro oggi non può essere un esercizio di retorica, non può essere un elenco di buoni propositi. Guardandovi negli occhi, sento il morso di una ferita che non si rimargina: la ferita di chi il lavoro lo ha perso, di chi non l’ha mai trovato e, soprattutto, la ferita sanguinante di chi, per il lavoro, ha perso la vita.
Il Vangelo ci dice che il Padre mio opera sempre. Dio è un lavoratore, un artigiano di speranza. Ma che ne abbiamo fatto noi di questa dignità?
Iniziamo dai nomi. Non chiamiamoli “incidenti sul lavoro”. Chiamiamoli col loro nome: sono sacrifici umani sull’altare del profitto. Ogni volta che un operaio cade da un’impalcatura, ogni volta che un bracciante muore di fatica sotto il sole, ogni volta che un giovane non torna a casa dopo il turno di notte, è Cristo che viene crocifisso di nuovo.
Non possiamo abituarci ai numeri. La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un “costo da tagliare” e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima. Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare. Non sono “morti bianche” – non c’è niente di bianco o di pulito in queste morti – sono morti che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del “fare di più con meno”. È un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo. Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto.
Se la nostra Costituzione mette il lavoro alla base dell’edificio comune, è perché il lavoro non è una merce, non è un numero in un bilancio: è la prosecuzione della creazione di Dio. Quando un uomo lavora, sta dicendo al mondo: “Io ci sono, io contribuisco, io porto il mio mattone per costruire la casa di tutti”.
Stiamo passando dall’”eterna attesa” all’”eterna fretta”. In questa fretta, ci siamo dimenticati delle mani. Le mani di Giuseppe il carpentiere, le mani di Gesù che sapevano di resina e di fatica. Il primo articolo della Costituzione ci ricorda che la sovranità appartiene al popolo, ma il popolo non è sovrano se non ha dignità. E non c’è dignità se un giovane deve mendicare un diritto chiamandolo favore, o se un padre deve abbassare lo sguardo davanti ai figli perché il “pane quotidiano” è diventato un miraggio o un ricatto.
Una democrazia “fondata sul lavoro” non può reggersi sulle sabbie mobili del precariato selvaggio, dove la vita è appesa a un contratto di un mese, togliendo ai nostri giovani la possibilità di sognare, di amare, di mettere su famiglia.
Sorelle e fratelli, non lasciamo che questa giornata sia solo una ricorrenza di bandiere al vento. Facciamone un esame di coscienza collettivo. La democrazia è un corpo vivo, e il lavoro è il suo respiro. Se il respiro è affannoso, il corpo soffre.
E poi c’è l’altra morte, quella lenta, silenziosa: la disoccupazione. Quanti giovani vedo nelle nostre strade con lo sguardo spento, non perché manchino di sogni, ma perché gli è stata rubata la possibilità di realizzarli. La mancanza di lavoro non è solo mancanza di reddito; è mancanza di dignità.
Un uomo senza lavoro è un uomo ferito nella sua identità. Un padre che non può portare il pane a casa non ha solo le tasche vuote, ha il cuore spezzato. E noi, come Chiesa, come comunità, non possiamo restare a guardare. La disoccupazione è un peccato sociale. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare un sistema economico che scarta le persone come se fossero pezzi di ricambio di un ingranaggio che deve correre sempre più veloce.
Restituire anima all’economia. Dobbiamo passare dall’economia dello scarto all’economia della cura. Cura per l’ambiente, cura per la sicurezza, cura per chi resta indietro.
Cosa ci chiede il Signore oggi? Non ci chiede di fare discorsi, ci chiede di fare scelte. Dobbiamo passare dalla solidarietà della pacca sulla spalla alla giustizia della condivisione. Non basta “pregare” per chi non ha lavoro, dobbiamo interpellare la politica, le imprese, noi stessi. Dobbiamo chiederci: i nostri consumi sono etici? Le aziende che sosteniamo rispettano la vita dei lavoratori?
La Chiesa deve essere una “casa del pane”, dove il pane è frutto di terra e di lavoro dell’uomo, ma di un lavoro pulito, giusto, sicuro. Non c’è eucaristia senza giustizia sociale. Se spezziamo il Pane sull’altare ma poi giriamo lo sguardo dall’altra parte davanti allo sfruttamento, quel Pane non ci nutre, ci giudica.
Fratelli, sorelle, non lasciamoci rubare la speranza, ma non trasformiamo la speranza in un’attesa passiva. La speranza è un cammino che si fa insieme. Sogniamo una terra dove il lavoro sia lo strumento per fiorire, non una catena per schiavizzare o un rischio per morire.
Preghiamo per i morti sul lavoro: che il loro sacrificio scuota le coscienze dei potenti. Preghiamo per i disoccupati: che la nostra vicinanza non sia solo parole, ma lotta per i loro diritti. E preghiamo per noi: perché abbiamo mani capaci di costruire giustizia e cuori capaci di restare inquieti finché anche l’ultimo dei fratelli non avrà ritrovato la sua dignità.
Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro. Ricordiamocelo sempre. Solo così questa giornata non sarà un rito stanco, ma l’inizio di una resurrezione collettiva.
+ don Mimmo Card. Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli
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