Un granchio della Collezione Farnese per la rubrica di novembre 2021 delle “Immersioni nell’arte” del Museo e Real Bosco di Capodimonte e della Stazione zoologica Anton Dohrn.

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Sarà il granchio di Andrea Briosco (detto il Riccio) il protagonista dell’odierna “Immersioni nell’arte”, la rubrica social curata dai Dipartimenti Comunicazione del Museo e Real Bosco di Capodimonte e della Stazione Zoologica “Anton Dohrn” che fonde contenuti storico-artistici con informazioni di biologia marina.

Un’opera in bronzo fuso a cera perduta della Collezione Farnese raffigura un granchio con le chele allargate fissato ad una base di marmo bianco di fattura posteriore. Fa parte della raccolta dei bronzetti farnesiani, che dopo quella delle armi e delle medaglie, costituisce il nucleo più cospicuo della collezione delle arti decorative di Casa Farnese, conservato a Capodimonte.

La raccolta dei bronzetti di Capodimonte rimane di grande importanza, perché è uno dei pochi nuclei abbastanza integro e quindi di grande valenza per la storia del Collezionismo in Italia tra Cinquecento e Seicento. Questo nucleo di bronzi, insieme con il resto delle collezioni d’arte di Casa Farnese, che Carlo di Borbone aveva ereditato nel 1734 dalla madre Elisabetta, ultima discendente del casato, proviene dai vari palazzi farnesiani, quelli di Roma, Parma o di Caprarola.

Dalla bottega dello scultore Andrea Briosco (Padova 1470/75 – 1532), noto come  Andrea il Riccio, verosimilmente per la sua capigliatura folta e riccia,  e dalla sua fervida inventiva scaturirono molte raffigurazioni animali di questo genere: bisce, insetti, ranocchi, granchi che, si dice, venissero fusi da calchi naturali. Spesso questi servivano come supporti, batacchi o lucerne, ma in questo caso il granchio fungeva da cofanetto e recava sul centro del corpo una sorta di cerniera.

Esemplari di granchi di questo genere, molto belli, si trovano al Kaiser Friedrich Museum di Museum di Berlino, a Venezia nel Museo del Correr dove il piccolo animale funge da calamaio.

Dal punto di vista della biologia marina, l’opera rappresenta un granchio, ovvero un brachiuro, probabilmente l’autore ha rappresentato un Carcinus, comune decapode presente sui litorali. I brachiuri sono decapodi, l’ordine più ampio della classe Crustacea, con 10.000 specie. Caratteristica di tutti i Decapodi è la presenza del carapace, uno esoscheletro chitinoso che gli conferisce una protezione, sostegno e inattaccabilità dagli agenti esterni. L’esoscheletro non cresce insieme all’animale ma viene periodicamente sostituito con uno più grande, questo fenomeno prende il nome di muta. Le spine più o meno acuminate che si possono notare sparse sul bordo del carapace e sulle appendici hanno il compito di difendere l’animale dall’attacco dei predatori di cui sono ambite prede. I Brachiuri, oltre alle potenti “chele” più precisamente chelipedi, hanno sviluppato altri sistemi per sfuggire alle catture dei predatori, nascondono, ad esempio, il proprio corpo ricoprendosi con alghe o altri oggetti. Curiosità: dalla forma dell’addome dei granchi è possibile riconoscere maschi e femmine. Nei primi è molto ridotto ed assomiglia ad una “V”, mentre nei secondi è più largo ed assomiglia ad una “U”.

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