Presentato agli studenti di quest’anno, in anteprima e in modalità DAD, il corto realizzato dagli allievi dello scorso anno, del laboratorio di audiovisivi dell’Orientale, diretto da Francesco Giordano.

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Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima. Così descriveva l’essenza della settima arte il regista Ingmar Bergman. Ma il cinema può essere tutto ciò anche partendo da un semplice esperimento, anche con mezzi rudimentali, sorprendendo gli stessi artefici per riuscire a superare le aspettative, per essere altro e più di una semplice sequenza di fotogrammi.

È un po’ quello che è accaduto per il Laboratorio di Produzioni Audiovisive Teatrali e Cinematografiche Unior diretto e voluto da Francesco Giordano presso l’Università Orientale di Napoli e attivato per il secondo anno di seguito in modalità e-learning. L’idea di girare un cortometraggio che raccontasse in soggettiva i giorni devastanti della pandemia e del primo lockdown è nata nel corso dell’incontro- lezione con la sceneggiatrice Vanessa Lepre che ha coinvolto, accogliendo una provocazione del docente Francesco Giordano, i ragazzi del laboratorio dello scorso anno accademico in un singolare esperimento a distanza volto alla realizzazione di un prodotto audiovisivo che potesse essere anche un documento per l’Università e per i posteri del periodo storico che stiamo vivendo, alle prese con un’emergenza sanitaria che ha stravolto le nostre vite e il nostro modo di sentire, di stare insieme, di lavorare e forse di emozionarci.

 “È fondamentale partire da un’immagine nella nostra testa” – spiega Vanessa – “quindi sviluppare poi un racconto per immagini. Un processo che si può sintetizzare con l’espressione “Show don’t tell!“.

Partendo dall’assunto che tradurre in immagini una storia significa non affezionarsi troppo alle parole, ma ricercare l’essenziale, senza la necessità di sottolineare con il linguaggio quello che le immagini già comunicano. Così Vanessa Lepre, insegnante, sceneggiatrice, regista, esperta di scrittura creativa, presidente dell’associazione culturale “Teatro è vita” , insieme alla docente e sceneggiatrice Giuliana Del Pozzo, hanno tradotto l’idea dei ragazzi in sceneggiatura vera e propria, affidando poi la regia del racconto per immagini a Francesco e Maurizio Giordano (oltre che alla stessa Vanessa). Un percorso di grande lavoro collettivo e realizzato interamente a distanza, in cui i ragazzi coinvolti, ovvero gli studenti del laboratorio, sono stati essi stessi autori, attori, costumisti, registi di sè stessi, sotto la guida a distanza e in diretta dei fratelli Giordano. Un nuovo e potremmo dire pioniere modo di fare il cinema,   a dimostrazione di quanto una buona idea e un sinergico lavoro di squadra, anche solo virtuale, possano fare la differenza.

L’opera, prodotta dall’associazione Ved e co-prodotta da Baruffa Film, è stata presentata ai giovani allievi del laboratorio di quest’anno, con i protagonisti del corto, che insieme a tutto lo staff tecnico e artistico hanno potuto ammirare per la prima volta il prodotto montato. L’emozione ha visibilmente accompagnato la visione del cortometraggio “Frames. Vivere d’istanti”.

Protagonista della storia Ali, un ragazzo di colore, costretto ad andare a lavorare in pieno lockdown e a non potersi fermare. Così, in sella alla sua bicicletta percorre sempre la stessa strada, assolata e solitaria, tra l’angoscia dettata da una serie di sintomi tipici del covid e la necessità di recarsi ugualmente a lavoro. Intorno al personaggio di Ali ruotano le storie dei protagonisti di uno stesso condominio, le cui vite sono state stravolte dalla pandemia, costretti all’isolamento, al lavoro a distanza, alle difficoltà di non riuscire a pagare l’affitto ed essere sfrattate, e poi gli esami da portare avanti, la DAD come alunni o come insegnanti e  le storie personali di ognuno, tra disperazione e speranza, tra resilienza e memoria, come nel caso di Samira, che rievoca l’odissea dei migranti con le pagine di un antica raccolta di racconti da ricomporre, le proprie origini, il mare sullo sfondo che unisce e divide, un familiare in ospedale che lotta contro il covid e la negazione della propria presenza e vicinanza, possibile solo a distanza. Ad accomunare tutti i singoli la paura di aver contratto il virus. Ogni giovane studente – attore è riuscito ad uscire, pur senza alcuna preparazione tecnica, da sé stesso per entrare nel personaggio, chi in maniera più fedele al proprio io, chi distaccandosene totalmente. Sottofondo delle vite di ognuno i telegiornali che scandiscono le decisioni governative sulle chiusure per l’aggravarsi della situazione sanitaria in un climax anche emotivo dall’epilogo a sorpresa. Il montaggio alternato ha permesso di aprire una finestra sulle vite di ciascuno e sulla propria intimità, scavando nel profondo. In questo la bravura di sceneggiatori, registi, attori che, in un tempo breve, hanno ricostruito storie, stati d’animo, percorsi individuali anche di crisi e rinascita condensati in immagini forti e di grande impatto, pur nella loro semplicità quotidiana, tanto da farci affezionare e immedesimare in ognuno di loro. Importantissimo il ruolo della colonna sonora originale con le musiche del giovanissimo Matteo Giordano, che hanno scritto esse stesse la storia, accompagnandola e scandendola. Quello che trasmette il corto è un gran senso di verità, che testimonia partendo dal particolare di vite spezzate o polverizzate, una condizione universale dei mesi trascorsi. Grande soddisfazione dei ragazzi del laboratorio che si sono messi in gioco, tra mille difficoltà tecniche e organizzative per realizzare un prodotto audiovisivo girato interamente al chiuso, nelle proprie stanze, eccezion fatta per le scene esterne di Ali e qualche altra ripresa in strada. Il lavoro, presentato agli studenti del laboratorio di audiovisivi di quest’anno, ha lasciato incantati i ragazzi per il lavoro dei propri coetanei. Tanta la gioia anche dei presenti Francesco e Maurizio Giordano, così come di Giuliana Del Pozzo e di Vanessa Lepre, collegata sulla piattaforma web, che hanno ribadito come, non senza difficoltà e arduo lavoro, costanza e pazienza, il lavoro di squadra sia stato la carta vincente, che ha permesso di portare a termine il prodotto superando difficoltà tecniche, distanza e scoramento, a dimostrazione della grande passione e forza di volontà che ha guidato tutta la troupe. Che sia stato un esperimento che segna un nuovo modo di fare cinema? “Sicuramente – conclude Francesco Giordano – realizzare un prodotto filmico ha bisogno di presenza della troupe sul posto, di coordinamento, di maggiore realtà e meno virtualità, ma l’esperimento portato avanti dall’Orientale e dal laboratorio di produzioni audiovisive, teatrali e cinematografiche è già avanguardia . Una strada nuova, in salita, ma che ha ampi margini di miglioramento e crescita”.

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