Achab, la rivista che racconta del Sud, presentazione del secondo numero domenica 28 a iocisto.

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La casa editrice Ad est dell’equatore è lieta di informarvi e invitarvi alla presentazione del nuovo numero di Achab (rivista semestrale cartacea, ha un’area critica, un’area narrativa, una parte dedicata all’inchiesta, alla graphic novel e all’illustrazione), il secondo della trilogia dedicata al Sud. La presentazione si terrà presso la libreria IOCISTO sita in via Cimarosa 20, Napoli alle ore 11 di domenica 28 gennaio.
Ne parleranno Nando Vitali, Maria Rosaria Vado, Carlo Ziviello, Simona Frasca e Francesca Gerla e Marilina Giacinta che declamerà alcune sue poesie pubblicate nel numero.

Sul perché parliamo ancora di Sud, vi lasciamo la premessa al numero scritta da Nando Vitali: “Abbiamo tutti un blues da piangere”

“Parliamo ancora di Sud perché è un Eden spogliato, dove si aggirano angeli e demoni. Parliamo ancora di Sud perché c’è una difesa a oltranza dal mondo che avanza, forza riottosa che non vuole arrendersi al realismo che uccide il desiderio. Un mondo a parte ancora desiderante che rischia di morire ogni volta per eccesso di ignavia e malattia d’amore.
Parliamo di Sud perché è una danzatrice che si rivela, o una puttana che si svende. Sherazade che racconta per non morire, combinazione di miele, fango e ferocia. Vecchia scortecata. Ma parliamo anche di piaghe infette e dei vermi fra le dita secche e la mano rugosa di Madre Teresa di Calcutta.
Parliamo ancora di Sud perché nel Sud c’è una vita che scorre verso la morte ma non la teme. Ma è troppo in confidenza con lei, la signora dalle dita adunche, e con lei si lascia andare al culto del fumo e dei santi. Al sangue, che si impiglia nel taglio di una giornata di sole dove il brillìo di un coltello, per impazzimento, porta delitto e un vuoto che non si può colmare.
Parliamo di Sud perché non possiamo ignorare che il bianco accecante del deserto genera rifrazioni illusorie e miraggi mortali.
Parliamo ancora di Sud perché vogliamo essere diversi ma uguali a noi stessi.
Parliamo ancora di Sud perché è una nenia (Ossessa ossessa, mia terra fedele al soliloquio) come dice Alfonso Gatto, e un racconto che è cominciato con il principio del mondo, quando si tentò di dividere il buio dalla notte, e non fu fatto.
Parliamo ancora di Sud perché in quel giardino fiorito germogliano fiori malati ed erbe maligne. Ciononostante nascono girasoli che somigliano ai mulini a vento di Don Chisciotte.
Parliamo ancora di Sud perché se scaliamo una montagna e guardiamo oltre l’orizzonte vediamo il mare. Ancora da attraversare a costo di morirne, seviziati, mangiati vivi dai pescecani e dall’urto delle balene. Partiamo da Sud perché è una ossessione generativa. Partiamo da lì perché la memoria ci taglia il respiro, e una musica scorre nelle orecchie fino a farle sanguinare.
Parliamo ancora di Sud perché non possiamo farne a meno. Perché è una caduta di Lucifero al centro della terra, nella suburra, e un grido verso il cielo assente.
Parliamo di Sud perché circonda il mondo e lo stringe in pugno. Un abbraccio lascivo e solidale.
Parliamo di Sud perché non preghiamo Dio, ma perché esista un Dio che non predichi il bene, ma che ci aiuti a capire dove trovarlo.
Abitiamo il Sud perché nel Sud c’è lo spazio infinito in ogni faccia, ed è da quello sguardo che dobbiamo partire. Perché c’è un Sud che vogliamo e non abbiamo costruito, e bisogna fare presto perché il tempo dell’attesa non si fida dell’ombra che passa, ma vuole braccia e volume pieno di menti per la sua pazienza. «E vuole la città che cresce s’illumina e batte il suo cuore notturno nell’Europa» (ancora Alfonso Gatto).
C’è dunque una sola parola, come un voto da mantenere. Una parola che è l’arte dei giovani giardini e delle macchine che stupiscano il viaggiatore coi nostri passi nel vento.
Ancora Sud. Una pioggia fitta e fredda e un sole cocente che costringono i sensi a sovraccaricarsi e sottrarsi per dare luogo, infine, al canto delle sirene accumulato nei secoli, e di cui dobbiamo essere teneri amanti e inflessibili sterminatori.
Coi pugni in tasca però, perché abbiamo tutti un blues da piangere, e poi il Sud non è così lontano”.

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