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Faito, Fragliasso: fu incuria umana

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Non fu il vento a far precipitare la cabina numero due della funivia del Monte Faito. A un anno dalla tragedia costata la vita a quattro persone – il conducente e tre turisti stranieri – e al ferimento di una quinta, la Procura di Torre Annunziata rompe gli indugi: la causa non fu un evento atmosferico eccezionale, ma l’“incuria umana”.

Lo ha affermato il procuratore Nunzio Fragliasso, che ha convocato una conferenza stampa per illustrare lo stato dell’inchiesta, definendo l’incidente «evitabile» e richiamando la necessità di controlli «effettivi, periodici e fatti con oculatezza».

Fragliasso ha ricordato come le attività investigative siano state sin dall’inizio particolarmente difficili: la cabina precipitata era rimasta sospesa lungo il fianco della montagna, trattenuta solo da alcuni alberi, su una parete quasi verticale a circa 40 metri dalla strada.

Il recupero ha richiesto settimane di lavoro in condizioni estreme, con l’intervento congiunto di vigili del fuoco, polizia scientifica e personale specializzato.

Il procuratore ha illustrato la mole del procedimento, che dà la misura della complessità dell’indagine:

  • 26 indagati (25 persone fisiche e l’Eav, la holding regionale dei trasporti)
  • 24 persone offese, tra la vittima sopravvissuta e i familiari dei quattro deceduti
  • 29 avvocati difensori coinvolti
  • 2 periti del tribunale, 2 consulenti del pm e 23 consulenti tecnici delle parti private
  • 10 ettari di area montana interessata dalle ricerche
  • 158 accessi dei vigili del fuoco, con 1.370 uomini impiegati per recupero della cabina, del carrello e del traliccio, oltre che per la ricerca dei reperti
  • Oltre 100 sopralluoghi della polizia di Castellammare di Stabia
  • Circa 80 sopralluoghi della polizia scientifica
  • 44 reperti catalogati
  • Tre mesi di lavoro per il recupero completo della cabina e delle componenti meccaniche (da agosto a dicembre 2025)

Un impegno definito «imponente», necessario per ricostruire ogni dettaglio del cedimento e individuare eventuali responsabilità.

Pur non entrando nei dettagli tecnici – coperti dal segreto investigativo – Fragliasso ha chiarito che il vento non fu la causa determinante. Il giorno precedente alla tragedia le raffiche avevano superato i 100 km/h, ma secondo la Procura non furono tali da giustificare il cedimento della cabina.

L’attenzione degli inquirenti si concentra invece su: procedure di manutenzione, controlli omessi o insufficienti, eventuali negligenze nella gestione dell’impianto, componenti usurate o non sostituite.

«Questa tragedia dovrebbe insegnare molto», ha ribadito il procuratore, sottolineando che la prevenzione è l’unico strumento per evitare disastri simili.

Il fascicolo resta nelle mani della Procura di Torre Annunziata, che ora dovrà valutare le responsabilità individuali e dell’ente gestore.

Le ipotesi di reato vanno dal disastro colposo all’omicidio colposo plurimo, fino alle eventuali violazioni delle norme sulla sicurezza degli impianti.

La comunità di Castellammare di Stabia e i familiari delle vittime attendono risposte definitive. L’inchiesta, però, è ancora in corso e richiederà ulteriori approfondimenti tecnici prima di arrivare a una conclusione.


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