Lutto nel cinema, il coronavirus si porta via Lucia Bosè, aveva 89 anni.

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‘Cari amici vi comunico che mia madre Lucia Bosè è appena venuta a mancare”. Lo scrive su Twitter il figlio Miguel Bosè annunciando la morte dell’attrice che aveva 89 anni, secondo i media spagnoli sarebbe morta per il Covid19.

La grande diva del cinema, la musa di Luchino Visconti aveva 89 anni. Lucia Bose’ (all’anagrafe Borloni) nasce a Milano nel 1931, a guerra appena finita lavora in una pasticceria ma sente il richiamo della celebrita’ come le tante belle ragazze che la fine della guerra restituisce alla vita. Cosi’, appena sedicenne, prende il pullman per Stresa e si lancia nell’avventura di Miss Italia 1947.

Ne uscira’ con la fascia tricolore della vincitrice e certamente non saranno solo il suo vitino di vespa e le ben tornite misure di seno e fianchi a fare la differenza. C’ entra un sorriso timido e contagioso, una volonta’ di ferro, un profumo di quotidiano che, nella valutazione dei giudici, ricaccia Gina Lollobrigida al terzo posto e la fa primeggiare. Passano appena tre anni e per lei si schiudono le porte di Cinecitta’. Nel solo 1950 le offrono parti da protagonista il maestro indiscusso del cinema popolare neorealista, Peppe De Santis (Non c’e’ pace tra gli ulivi) e l’astro nascente al debutto Michelangelo Antonioni (Cronaca di un amore). Vale la pena di soffermarsi sui due personaggi che interpreta, la timida pastorella ciociara e l’infelice alto borghese Paola, per capire le potenzialita’ naturali dell’attrice: sa adattarsi istintivamente a contesti e partner diversi, a stili di cinema quasi opposti e non perde mai in naturalezza e bellezza.

L’Italia dei set di allora sta laureando una dopo l’altra le miss rivelate dal cinema: oltre alla Lollo, e’ la stagione delle maggiorate: Pampanini, Loren, Mangano, Allasio. E su Lucia Bose’ fioriscono pettegolezzi e flirt piu’ o meno inventati: ”Erano storie inventate – ha detto una volta smentendo tutto o quasi -. A volte si trattava di piccoli flirt che finivano sul nascere, ma i giornalisti ci ricamavano sopra. Poi arrivavano i paparazzi e creavano situazioni ambigue per vendere le foto”. Lei tira dritto e pensa alla vocazione da star del cinema d’autore: nel ’51 e’ di nuovo agli ordini di De Santis (Roma ore 11), poi di nuovo con Antonioni (La signora senza camelie) che per la prima volta le regala l’alone di mistero insondabile, di ritrosia elegante, di malinconia distante, che saranno la sua cifra espressiva piu’ marcata. A dire il vero Lucia Bose’ lavora instancabilmente e con molti in quei primi anni ’50: Luciano Emmer la promuove fra le Ragazze di Piazza di Spagna (1952), Mario Soldati ne scopre la vocazione per la commedia al fianco di Walter Chiari (E? l’amor che mi rovina, con sceneggiatura di Monicelli e Steno) Giorgio Simonelli la porta nel mondo del neorealismo rosa (Accadde al commissariato). Ma nel 1955 la sua carriera prende un altro passo, piu’ europeo e intellettuale: dopo aver ritrovato una matrice antonioniana nel bellissimo Gli sbandati di Francesco Maselli, Lucia Bose’ sbarca in Spagna (Gli egoisti, di Bardem) e poi in Francia (Gli amanti senza domani di Luis Bunuel appena tornato dal Messico).

Per la piccola commessa milanese si schiudono le porte di un mondo piu’ grande: ”Ci conoscemmo a Madrid durante una cena in casa di amici – cosi’ Bose’ ha rievocato il suo primo incontro col mitico torero Dominguin che diviene suo marito l’anno dopo, nel ’56-. Io stavo girando un film. C’innamorammo e venni con lui in Spagna. Il resto lo sanno tutti”. La storia d’amore fece infatti il giro del mondo, scateno’ passioni degne delle teste coronate, fece la felicita’ dei rotocalchi e fini’ malissimo. A Lucia rimasero molti amici conosciuti in questa folle gimkana amorosa (primo fra tutti Pablo Picasso che alle corride non mancava mai) e tre figli, a cominciare da Miguel, astro del cinema e della canzone che ancor oggi definisce come ”il mio migliore amico”. Autentico padre padrone, Dominguin obbliga la moglie a lasciare i set e a ritirarsi-. Tornera’, una volta riconquistata la liberta’ a caro prezzo, nel 1968 grazie alla testardaggine del piu’ intellettuale dei registi catalani, Pedro Portabella (Nocturno 29) e poi in Italia coi fratelli Taviani (“Sotto il segno dello scorpione”, 1969). E’ cambiata la donna, e’ mutata l’attrice: Fellini ne fa un’icona solitaria in Satyricon, Bolognini la elegge a sua musa in ben tre film, da Metello al televisivo La certosa di Parma, la cercano Nelo Risi (La colonna infame), Liliana Cavani (L’ospite), Giulio Questi (Arcana) ma anche Marguerite Duras, Jeanne Moreau, Beni Montresor. E’ ormai a tutti gli effetti una gran dama del cinema europeo e forse per questo, dopo Cronaca di una morte annunciata (’87) e qualche altra apparizione, decide per la seconda volta di lasciare la scena.

Tutte le sue energie sono concentrate su un nuovo sogno, una passione: ha acquistato un vecchio mulino, vicino a Segovia e ne ha fatto Il museo degli angeli dedicato all’arte contemporanea. Insieme ai miei tre figli – dice – e’ la cosa piu’ bella che sono stata capace di fare nella mia vita”.

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