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Morte Domenico, proseguono le indagini, il giallo sull’orario dell’espianto

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Il cuore nuovo non era ancora in sala operatoria quando quello malato del piccolo Domenico Caliendo veniva già rimosso. È questo il dato più inquietante che emerge dalle testimonianze raccolte dalla Procura di Napoli nell’inchiesta sul trapianto fallito del bimbo di due anni, morto il 21 febbraio dopo oltre cinquanta giorni di attesa collegato a una macchina. Sette medici dell’ospedale Monaldi risultano indagati, mentre il quadro ricostruito dagli infermieri racconta una sequenza di errori, comunicazioni distorte e tensioni esplosive.

Secondo più testimoni, l’intervento di espianto del cuore malato sarebbe iniziato tra i 4 e i 14 minuti prima dell’arrivo in sala del cuore proveniente da Bolzano. Un anticipo che il penalista Francesco Petruzzi, legale dei genitori, definisce incompatibile con quanto riportato in cartella clinica, parlando apertamente di falso.

Il caposala F.F., entrando in sala e vedendo la scena, avrebbe esclamato in dialetto: «Ma comm’é, già ha levato ’o core?»

Una frase che sintetizza lo sconcerto dell’équipe infermieristica di fronte a un clampaggio dell’aorta giudicato “inspiegabilmente anticipato”.

Quando il contenitore con il cuore nuovo arriva finalmente in sala, la situazione precipita. Il racconto dell’infermiera C.P. è drammatico: il contenitore viene aperto, sotto il primo strato appare un blocco compatto di ghiaccio, il cuore è congelato, imprigionato in tre buste rigide come pietra.

Per liberarlo servono 20 minuti di acqua fredda, tiepida e calda. Gli operatori riportano “polpastrelli bruciati dal ghiaccio”.

Il chirurgo Guido Oppido, constatando lo stato dell’organo, avrebbe detto: «È una pietra di ghiaccio… questo cuore non farà neanche un battito.»

Le chat acquisite dagli inquirenti mostrano lo shock del personale:

«Era ghiacciato e lui ha fatto il pazzo» «Se lo portano sulla coscienza»

Oppido, in quel momento, avrebbe anche allontanato la dottoressa G.F. dal tavolo operatorio, segno di un clima ormai fuori controllo.

Tre giorni dopo lo scoop de Il Mattino, il 10 febbraio, si tiene una riunione interna. L’infermiera V.T. racconta che Oppido avrebbe contestato l’orario del clampaggio, reagendo con rabbia quando gli è stato confermato che era avvenuto alle 14:18, mentre una telefonata tra due dottoresse coinvolte risulta delle 14:22.

Alla conferma della testimone, Oppido avrebbe dato un calcio al termosifone, dicendo:

«Hai visto con che gente di merda ho a che fare?»

Poi avrebbe rassicurato la sua équipe: «Non è colpa nostra, non dipende da noi.»

Dal San Maurizio di Bolzano arrivano elementi cruciali. L’infermiera G.B. riferisce che la dottoressa G.F. avrebbe chiesto altro ghiaccio, e che il collega P.B. avrebbe versato ghiaccio secco nella borsa frigo dei napoletani.

Alla domanda “Va bene così?”, la risposta sarebbe stata: «Mettetelo sotto e di lato al contenitore di plastica.»

Il ghiaccio secco, però, raggiunge temperature molto più basse del ghiaccio normale, e può congelare rapidamente i tessuti.

Gli avvocati della dottoressa G.F. invitano alla prudenza: «Nessuna ricostruzione può essere considerata verità assoluta.»

La direzione sanitaria del Monaldi ribadisce che “tutte le indicazioni erano rispettate”.

Mentre in sala si consumava la tragedia, nessuno avrebbe informato i genitori, Antonio e Patrizia, di ciò che stava accadendo. Un silenzio che aggiunge dolore a una vicenda già devastante.

L’inchiesta della Procura di Napoli dovrà stabilire: se vi siano state responsabilità individuali o di sistema; se il cuore sia stato compromesso dal ghiaccio secco; se l’espianto anticipato abbia reso impossibile salvare il bambino; se la cartella clinica contenga falsi o omissioni.

Quel che emerge dalle testimonianze è un quadro di errori concatenati, comunicazioni fallite e scelte chirurgiche che potrebbero aver compromesso irrimediabilmente un trapianto già complesso.

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Mariano Sorrentino, ha nominato un collegio di tre esperti di fama nazionale per eseguire l’autopsia sul piccolo Domenico Caliendo, il bambino morto il 21 febbraio dopo il trapianto di un cuore lesionato avvenuto il 23 dicembre. L’esame autoptico si svolgerà nell’ambito di un incidente probatorio, come richiesto dalla Procura, così da cristallizzare in modo definitivo gli accertamenti medico‑legali.

Martedì mattina è previsto il conferimento formale dell’incarico ai tre docenti scelti dal gip. Il pool è composto da figure di altissimo profilo, tutte provenienti da fuori regione per garantire la massima imparzialità: Mauro Rinaldi, ordinario di Cardiochirurgia all’Università di Torino e direttore del Centro trapianti cuore e polmoni delle Molinette;Luca Lorini, direttore del Dipartimento di Emergenza, Urgenza e Area Critica dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; Biagio Solarino, professore associato di Medicina Legale e direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina Legale dell’Università di Bari.

Il loro compito sarà ricostruire con precisione scientifica cosa sia accaduto durante e dopo il trapianto, chiarendo se il cuore fosse effettivamente danneggiato, se vi siano state procedure scorrette e quali siano state le cause dirette del decesso.

A poche ore dalla nomina, però, arriva la presa di posizione dell’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori del piccolo Domenico. Il penalista annuncia che presenterà un’istanza di ricusazione nei confronti del professor Rinaldi.

Secondo Petruzzi, esisterebbero due elementi che metterebbero in dubbio la neutralità del cardiochirurgo: una dichiarazione pubblica rilasciata da Rinaldi prima dell’incarico, che costituirebbe una “indebita manifestazione di giudizio” sui fatti oggetto dell’indagine e una pubblicazione scientifica cofirmata con uno dei medici attualmente indagati.

Per la difesa, questi aspetti configurerebbero “un difetto delle garanzie di imparzialità necessarie all’espletamento dell’incarico peritale”.

L’autopsia rappresenta un momento decisivo per l’indagine della Procura di Napoli, che ha iscritto nel registro degli indagati sette medici del Monaldi. Le testimonianze raccolte finora — dagli infermieri alle chat interne — hanno già delineato un quadro complesso, segnato da: un possibile espianto anticipato del cuore malato; l’arrivo del cuore donato congelato in un blocco di ghiaccio secco; manovre di emergenza in sala operatoria; tensioni e contraddizioni nelle ricostruzioni successive.

L’esame autoptico dovrà stabilire se il cuore fosse effettivamente non utilizzabile al momento dell’impianto e se il decesso sia riconducibile a errori tecnici, a un difetto nella conservazione dell’organo o a una concatenazione di fattori.


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