Dizionario Zoologico Napoletano, presentazione all’Orto Botanico.

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Circa 3600 voci compongono il primo dizionario sul rapporto uomo-animale nella cultura napoletana.

Il Dizionario Zoologico Napoletano,  frutto di oltre un decennio di ricerche del professore Ottavio Soppelsa, docente di Zoologia all’Università Federico II (D’Auria Editore, Napoli 2016, pp. 548) verrà presentato sabato 3 dicembre alle ore 11 all’Orto Botanico di Napoli (aula BV1, via Foria 223).

Ne parleranno con l’autore Gaetano Manfredi Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Paolo Caputo direttore dell’Orto botanico, Antonino Pollio coordinatore del CdS  in Scienze Naturali, Raffaele De Magistris direttore della Biblioteca Universitaria di Napoli, Antonio Borrelli funzionario della Biblioteca Universitaria di Napoli. Modera l’incontro la giornalista Olga Fernandes.

Seguirà una visita guidata dell’Orto botanico di Napoli.

Nato da esigenze scientifiche, il progetto è divenuto in itinere un dizionario, nel quale i lemmi sono il risultato dell’elaborazione di centinaia di fonti scritte e dalla tradizione orale.

L’opera non si rivolge solo a zoologi, linguisti ed appassionati di letteratura napoletana.

Il Dizionario Zoologico Napoletano è  pieno di curiosità e aneddoti che fanno parte del nostro passato e della nostra cultura e che avremmo corso il rischio di perdere. Si tratta di un bagaglio culturale che l’ autore, chiama  “arca dei frammenti” (fragmentorum arca ).

Le “storie” toccano l’allevamento, l’agricoltura, le arti, i mestieri, gli usi quotidiani e persino i culti apotropaici (scaramantici) in un arco temporale che va dalle civiltà dei popoli italici, attraversa la cultura magno-greca, passa per Plinio, Virgilio, Federico II, Ferrante Imperato, Giambattista della Porta, attraversa il XVIII secolo e giunge ai nostri giorni.

Ottavio Soppelsa ci racconta che l’anguilla lungo il suo ciclo vitale, da ciccolina a sguarramazzo, assume quasi cinquanta zoonimi diversi e ci insegna che l’importanza del capitone alla vigilia di Capodanno è dovuta ad un antico rito:  «cosí simile al serpente, nel momento in cui è tagliato a pezzi sovverte la ciclicità dell’urobòro, il serpente che si morde la coda. Tagliare il capitone frantuma il tempo delle notti piú lunghe dell’anno e sconfigge il male.»

Ancora sorprende il suono dell’antico nome campano della lucciola; asciacatascia deriva da antichissime parole greche che servivano da veri amuleti sonori tramandati oralmente: aciacatascia scinne abbascio damme la chiave de’ la cascia tu te chiure e io te scascio (aciacatascia scendi giù dammi la chiave della cassa tu ti chiudi e io ti tiro fuori), così  «i bambini invitavano l’insetto a scendere giú per catturarlo in un barattolino di vetro e possessori quindi del fuocomuorto, avrebbero custodito misteriosi poteri magici.»

Per una sola persona – afferma l’Autore –  tutto questo potrebbe essere un nostalgico ricordo, “nu cierro ‘e capille, nu cuorno ‘e curallo” (una ciocca di capelli, un corno di corallo), come nella celebre canzone napoletana “‘A casciaforte“. Per un popolo rappresenta le sue radici, la cultura «la sua capacità di partecipare all’armonia della Natura».

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