Nuove frontiere per la cura del tumore alla prostata al convegno di Barcellona.

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Aumentano fino a cinque anni la speranza di vita, anche nei casi più gravi: in pochissimo tempo, attraverso le innovative terapie ormonali ‘chemio-free’, le prospettive dei pazienti con tumore alla prostata metastatico o ad alto rischio di metastasi sono infatti radicalmente cambiate, con risultati non comuni nell’ambito dell’oncologia, dove gli avanzamenti delle cure si misurano solitamente in settimane o pochi mesi di vita. Oggi invece i pazienti, anche i più complessi con diagnosi contemporanea di tumore alla prostata e metastasi[1], non solo hanno un’alternativa terapeutica alla chemioterapia, con tutti gli effetti collaterali che questa comporta, ma in base ai dati emersi hanno guadagnato anni di vita di qualità: da 36 mesi di sopravvivenza, con la tradizionale terapia ormonale, a una speranza di vita di poco meno di 5 anni. Lo sottolineano gli esperti in occasione del 34° Congresso dell’European Association of Urology, in corso a Barcellona fino al 19 marzo, specificando come grazie alla terapia ormonale con abiraterone i pazienti metastatici già alla diagnosi abbiano guadagnato circa due anni di vita in più, mentre un altro farmaco come apalutamide, anche questo sviluppato da Janssen, ha dimostrato come nei malati senza metastasi ma con un alto rischio di svilupparle, può ritardare di circa due anni la comparsa delle metastasi, permettendo ai pazienti di mantenere più a lungo una buona qualità di vita[2]. Grazie alla massima individualizzazione dell’approccio terapeutico e alla maggior efficacia del nuovo armamentario terapeutico, oggi sono possibili terapie personalizzate ‘in sequenza’, specifiche per ogni stadio della malattia, che ritardano il ricorso alla chemioterapia e soprattutto aggiungono anni di vita di buona qualità anche nei casi più difficili.

 

“Oggi l’obiettivo della ricerca è avere più armi terapeutiche diverse, in modo da anticipare sempre più i trattamenti nelle fasi più precoci della malattia – spiega Walter Artibani, urologo e segretario della Società Italiana di Urologia –. Riuscirci è cruciale, perché può migliorare in maniera netta la prognosi del paziente”.

 

“Grazie alle nuove conoscenze sulle caratteristiche dei tumori, alle nuove possibilità diagnostiche e ai numerosi trattamenti innovativi che si sono man mano resi disponibili negli ultimi anni – osserva Sergio Bracarda, direttore della S.C. di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni – per i pazienti con carcinoma prostatico metastatico lo scenario è oggi del tutto diverso rispetto a pochissimo tempo fa ed è tuttora in continua, rapidissima evoluzione come in pochi altri settori dell’oncologia. Abbiamo infatti assistito a un decisivo incremento della speranza di vita: la sopravvivenza dei pazienti con metastasi all’esordio è passata in poco tempo da 36 mesi a quasi cinque anni e le novità sono continue, tanto da poter definire oggi il tumore prostatico come un’area in cui la dinamica di crescita delle conoscenze biologiche e degli approcci terapeutici innovativi supera quella del tumore al seno. Ora è possibile iniziare a pensare di poter personalizzare le scelte terapeutiche in modo estremamente preciso, consentendo una prognosi migliore anche ai pazienti più complessi, per i quali tutto questo si traduce in un aumento della durata e della qualità di vita”

 

Una delle innovazioni che ha consentito questo ‘cambio di passo’ è l’arrivo in clinica della terapia ormonale con abiraterone, che ha rivoluzionato le prospettive dei pazienti con carcinoma prostatico metastatico già alla diagnosi: nel nostro Paese si tratta di circa il 10 % dei casi, ma in Asia per esempio si sfiora il 60%.

Fino a poco tempo fa in questi casi la speranza di vita era molto bassa, oggi abiraterone associato alla terapia ormonale di deprivazione degli androgeni ha dimostrato di aumentare di ben 17 mesi la sopravvivenza rispetto all’uso dei soli farmaci per il blocco degli androgeni.

 

“Un risultato di rilievo, perché significa allungare la speranza di vita da tre a poco meno di cinque anni – interviene Cosimo De Nunzio, urologo dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma – Inoltre, il farmaco ha aumentato da 16 a 47[3] mesi il periodo senza un peggioramento della sintomatologia dolorosa legata alla malattia: questo significa che i pazienti hanno potuto trascorrere circa due anni e mezzo in più senza che il tumore comportasse un incremento del dolore e garantire, oltre a un aumento della vita media, anche un miglioramento consistente della qualità di vita. La terapia con abiraterone oltre a essere meglio accettata dai malati rispetto ad un trattamento chemioterapico, comporta un minor carico di effetti collaterali, anche nel lungo periodo: gli ultimi dati dello studio Latitude, che ha seguito 1200 pazienti per quasi cinque anni, mostrano infatti che nel tempo non c’è un incremento sostanziale del rischio di eventi avversi”.

 

Inoltre, l’impiego di abiraterone non preclude il ricorso ai chemioterapici nelle fasi successive della malattia: tutto questo consente perciò un nuovo paradigma di trattamento, per dare a ciascun paziente la terapia più opportuna per la condizione clinica in cui si trova. Ciò è possibile anche grazie ad apalutamide, terapia ormonale innovativa già approvata in Europa, in una fase ancora più precoce della malattia, ossia nei pazienti senza metastasi ma con un elevato rischio di svilupparle: il farmaco ha dimostrato di allungare di circa due anni il tempo libero da metastasi e con una buona qualità di vita, senza dolore e può consentire una terapia ‘in sequenza’ più efficiente[4].

 

“La possibilità di avere terapie differenti a seconda della fase della malattia permette al curante di modulare il trattamento e al paziente di godere dei benefici di più opzioni terapeutiche – conclude Walter Artibani –. L’introduzione di apalutamide va sicuramente in questa direzione, lasciando aperta la via all’utilizzo di più opzioni terapeutiche nelle fasi successive della malattia. Così, grazie alla ricerca, la cronicizzazione della neoplasia prostatica in progressione sta diventando un obiettivo sempre più vicino e solido”.

[1] STUDIO LATITUDE

[2] STUDIO SPARTAN

[3] STUDIO LATITUDE

[4] STUDIO SPARTAN

Due anni in più senza dolore, con una buona qualità di vita, liberi dalle metastasi: è il risultato possibile con apalutamide, farmaco innovativo per la terapia del carcinoma prostatico non metastatico ma ad alto rischio di diventarlo, approvato poche settimane fa dall’European Medicines Agency (EMA) per il trattamento dei pazienti che sono anche resistenti alla terapia ormonale classica. In attesa dell’arrivo di apalutamide nel nostro Paese, gli esperti riuniti in occasione del 34° Congresso dell’European Association of Urology, a Barcellona dal 15 al 19 marzo, sottolineano che il nuovo farmaco rende possibili terapie sempre più personalizzate e precoci, ritardando il ricorso alla temuta chemioterapia e garantendo un incremento nella quantità e qualità di vita anche nei pazienti più difficili, per i quali finora non erano disponibili trattamenti efficaci.

 

“Lo studio SPARTAN, sulla base del quale è stata richiesta all’EMA l’autorizzazione alla commercializzazione di apalutamide – spiega Walter Artibani, urologo e segretario della Società Italiana di Urologia – ha dimostrato che in pazienti non metastatici, resistenti alla castrazione e con alto rischio di progressione, il nuovo farmaco allunga di circa due anni il periodo libero da metastasi. Con apalutamide, infatti, il tempo alla comparsa della prima metastasi aumenta da 16 mesi, con le terapie ormonali attualmente disponibili, fino a oltre 40 mesi con apalutamide”.

Lo studio SPARTAN, pubblicato sul New England Journal of Medicine lo scorso anno, ha dimostrato che apalutamide associato alla terapia ormonale classica di deprivazione androgenica riduce del 72% la mortalità e il rischio di progressione metastatica, aumentando di oltre 2 anni il periodo libero da metastasi in pazienti ad alto rischio. In questi soggetti, divenuti resistenti alla castrazione, non si riscontrano metastasi con le analisi di imaging tradizionale ma il PSA è in rapida crescita, a indicare un elevatissimo rischio di progressione verso le metastasi.

Apalutamide, che si assume per via orale, agisce come inibitore del recettore degli androgeni: ciò, oltre a prevenire il legame degli androgeni al recettore, impedisce che il recettore stesso entri nel nucleo delle cellule tumorali e si leghi al Dna, bloccandone così la trascrizione. Tutto ciò ‘blocca’ il tumore ritardando le metastasi. “Per i pazienti questo significa ben 2 anni in più di qualità di vita invariata e senza dolore, quindi due anni in più da vivere in maggior serenità – sottolinea Artibani – Un vantaggio tangibile per i pazienti, che purtroppo hanno la certezza di andare prima o poi incontro a metastasi e quindi convivono con una spada di Damocle difficile da tollerare”.

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