Il Grano, l’oro sulle nostre tavole.

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di Angelo Ionta

Ogni mattina i notiziari ci informano sull’andamento del prezzo del barile di petrolio (159 litri) e sull’andamento del Brent (il petrolio estratto nel Mare del Nord) ma poco sappiamo dell’andamento del prezzo del grano, i cui prodotti derivati sono quanto di più diffuso sia sulle nostre tavole, che nei sogni alimentari dei turisti stranieri. Come noto, il grano si suddivide in duro e tenero: il primo è quello necessario per fare la pasta, il tenero, invece, serve per fare il pane e tutti gli altri prodotti da forno.

Si tratta di due differenti specie vegetali di grano, in particolare il triticum turgidum durum (grano duro, tipico delle regioni centromeridionali) si presenta con chicchi allungati e spigolosi dalla consistenza molto dura e difficili da rompere, dal colore giallo/ambrato che, a seconda della macinazione, da origine alla semola, semolato, semolato integrale e farina di grano duro.

Il grano tenero invece, o triticum vulgare o aestivum, è quello coltivato soprattutto in Italia settentrionale. Si presenta con chicchi tondeggianti, morbidi e friabili, che danno origine alla farina bianca, destinata prevalentemente alla produzione di pane e di altri prodotti da forno. Oggi il prezzo è di circa 30 euro per un quintale di grano duro, mentre per il tenero il prezzo si aggira sui 22 euro al quintale. L’Italia importa il 20% di grano duro ed il 50% di quello tenero. A livello mondiale la borsa di riferimento per il prezzo al quintale dei prodotti alimentari e, quindi anche del grano, è la Borsa di Chicago, la quale ci informa che, a seguito dell’espandersi dell’epidemia da CoViD 19 e del lockdown, l’incremento mondiale della domanda di grano ha spinto al rialzo i prezzi del 7,4%, l’incremento di prezzo più elevato da molti anni. In Italia, invece, per la quotazione del grano duro fanno fede i Listini settimanali delle Borse merci di alcune città italiane da nord a sud: uno dei più importanti tra questi è quello di Foggia. In Italia, secondo Coldiretti, nei primi sei mesi dell’anno si sono avute brusche impennate dei prezzi del grano per l’aumento del consumo di pasta e degli altri prodotti da forno: aumenti che hanno registrato picchi di consumo del 65% per la pasta e del 185% per le farine da dolci ed altri prodotti preparati in casa. Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) inoltre, con il suo “Report”, ha evidenziato la difficoltà riscontrata dalle nostre industrie di settore nell’approvvigionamento dall’estero delle varie farine durante la pandemia.

E’ stato difficile garantire il fabbisogno nazionale, dovendo incrementare la quota, già alta, di fornitura dall’estero; quota che, come già detto, è del 20% per il grano duro e del 50% per quello tenero. I paesi da cui importiamo sono Canada, Russia, Romania, Ungheria, dal Nord Africa e Ucraina. A questi si sono poi aggiunti quelli riguardanti le varie normative sulla quarantena da osservare nei vari paesi, sia per le navi-container che per gli autotrasportatori dell’Est. Il fatto poi che il prezzo del grano è determinato anche da stime future sul raccolto, ai problemi riguardanti la quarantena si aggiungono quelli legati alla carenza stimata di pioggia, che comporta un aumento sino al 5% del prezzo del grano. Le previsioni per il futuro poi non sono rosee: infatti, secondo la Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), i prossimi raccolti a causa della siccità potrebbero vedere una riduzione del 20/25%. Per questo sarebbe auspicabile che in Italia venisse aumentata la quantità di grano seminato, sia duro che tenero, considerato che il prezzo dei due tipi di cereali crescerà sempre di più. Gli indicatori nell’ultimo anno dimostrano questo trend.

A detta di qualche attento osservatore del settore negli ultimi otto mesi il pezzo del grano è passato da 18-20 euro al quintale a 24-25 euro al quintale in Sicilia e 28-29 euro al quintale nelle altre regioni del meridione. Nel mondo la produzione di grano, causa i cambiamenti climatici, è in netta diminuzione. Ciò significa che il prezzo del grano, sia duro che tenero, è destinato a crescere. Già ora in Marocco si assiste ad un notevole incremento del prezzo del grano per il crollo della produzione (meno 49% in meno rispetto all’anno passato), così anche in Algeria ed Egitto, paesi dalle grandi popolazioni che già ora stanno iniziando a pensare a requisirlo per soddisfare il fabbisogno interno. Altro motivo che suggerisce di aumentare la produzione nazionale di grano è il fatto che aumentano sempre di più le persone intolleranti al glutine, una delle proteine presenti nei cereali sulla nostra tavola, che genera due tipi di problemi: celiachia (o Morbo celiaco) e sensibilità al glutine. Nel 2017, i casi diagnosticati nel nostro paese sono stati 206.561 secondo i dati forniti dal Ministero della Salute nella Relazione annuale al Parlamento sulla celiachia, con un aumento medio annuo di 10.000 unità. Il motivo dell’aumento di questa sensibilità al glutine sta nella modificazione del tipo delle farine che consumiamo. Quello che troviamo oggi sul mercato è un grano che è stato selezionato da anni di agricoltura intensiva, un prodotto selezionato per aumentare la resa ma sempre più uno sconosciuto al nostro corpo, che lo rigetta. Oggi si producono chicchi con un elevato contenuto di glutine per permettere alla farina di essere lavorata facilmente a livello industriale, creando velocemente impasti elastici ideali per pani a lievitazioni veloci. Questo, unito all’eliminazione del germe di grano (altamente nutriente) per garantire una più lunga conservazione della farina stessa e unito all’eliminazione della crusca, fonte di fibre per l’organismo ma poco utile nella lavorazione, ha portato al consumo sempre più intenso di farine bianche ad alto contenuto di glutine. Alcune forti critiche vengono infatti mosse al grano duro d’importazione. Oggi circa il 99% della pasta è prodotta utilizzando semola ottenuta mischiando grano duro italiano con quello importato, di diversa qualità sotto il profilo tossicologico. La differenza, affermano i sostenitori del grano italiano, risiede nel fatto che mentre il nostro appartiene ad una cultura tipica mediterranea, maturato naturalmente, mietuto asciutto, con il giusto tasso di proteine (glutine), con ottima qualità nutrizionale e senza tempi morti di trasporto, quello d’importazione proviene per lo più da paesi con clima continentale dove il grano, a causa del freddo e dell’umidità, viene mietuto ancora verde e fatto finire di maturare in maniera artificiale nelle stive delle navi, trattandolo con varie sostanze; alcune di queste – il gliphosate – sono state messe al bando in Italia e nell’UE. Ancora, partite di grano poi provengono da zone del mondo dove i terreni sono stati esposti ad alti valori di radioattività. Insomma, grano italiano per clima, terreni e distanza zero. Ovviamente poi, il costo minore del grano estero e la limitata produzione ne condiziona la scelta. Per questo si auspica ad un ritorno nelle campagne, per aumentare le produzioni agricole, così da abbattere i costi dei principali prodotti presenti nella nostra dieta e, nel contempo, non utilizzare grani dalle rese sempre più alte ma sempre più alieni al nostro corpo. Secondo Coldiretti negli ultimi 25 anni l’Italia ha perso oltre un quarto della terra coltivata, meno 28%. Occorre riprendere a lavorare le terre fertili e le aree incolte: più suolo destinato all’agricoltura. Oggi poi, sempre secondo Coldretti, la cementificazione, la desertificazione e l’abbandono dei terreni, provocati da un modello di sviluppo non oculato, ha ridotto la superficie agricola utilizzabile a soli 12,8 milioni di ettari, con il dato negativo connesso, riguardante il numero dei comuni a rischio oggi a frane o alluvioni, salito a 7.145 paesi italiani, l’88,3%. Oggi nel mondo, su superfici coltivabili che vanno sempre più riducendosi, si producono beni alimentari per popolazioni in continuo aumento, ora di circa sette miliardi e mezzo, ma che schizzerà a dieci miliardi nel 2050. L’obiettivo finale dell’agricoltura non è la coltivazione di colture, ma la coltivazione e la perfezione degli esseri umani. (Masanobu Fukuoka, 1913-2008, botanico e filosofo giapponese, pioniere dell’agricoltura naturale) 

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