Italiani tra risparmio ed inflazione, l’Indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi

Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi hanno presentato l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2023.

La ricerca analizza l’impatto dell’inflazione subita e attesa sui comportamenti dei risparmiatori e i suoi effetti su redditi, consumi, liquidità, obiettivi, scelte concrete di investimento e di indebitamento. Verifica, inoltre, l’adeguatezza dei comportamenti degli investitori dal punto di vista della protezione del reddito e del patrimonio, mettendo in rilievo l’importanza dell’educazione finanziaria.

Alla presentazione hanno preso parte Gregorio De Felice (Chief Economist della Banca), Beppe Facchetti e Giuseppe Russo (rispettivamente, Presidente e Direttore del Centro Einaudi) e Umberto Filotto (Docente di Economia presso l’Università di Tor Vergata; Presidente e Coordinatore del Comitato Scientifico della FEduF).

Sintesi della ricerca

Economia, reddito e risparmio: non è stato un terremoto

Ben il 95 per cento delle famiglie dichiara di essere finanziariamente indipendente, in aumento rispetto al 93 per cento dell’Indagine 2022, a conferma che (nonostante le tensioni dello scenario) l’autonomia reddituale si mantiene stabile. Tuttavia, a causa dell’impatto inflattivo, l’affermazione che il reddito sia sufficiente o più che sufficiente a mantenere un tenore di vita accettabile (sia al presente che al momento della pensione) si riduce rispetto al passato, con i giovani più preoccupati della media, i laureati più ottimisti, gli uomini più sicuri e le donne più timorose, sia relativamente al presente che al futuro.

La quota delle famiglie che riescono a risparmiare si mantiene sui valori massimi del pre-pandemia (54,7 per cento vs. 53,5 per cento nel 2022). Nel 2023 gli intervistati risparmiano inoltre, in media, il 12,6 per cento del proprio reddito, in aumento dall’11,5 per cento nel 2022. Preoccupa, all’opposto, il numero di famiglie in condizioni di fragilità finanziaria: se insorgesse una spesa imprevista di 5.000 euro, solo il 37 per cento avrebbe una disponibilità immediata per farvi fronte.

Guardando infine alle aspettative a 12-18 mesi, i pessimisti prevalgono sugli ottimisti, sia con riferimento alle variabili che incidono maggiormente sulla vita famigliare (reddito, consumi, risparmio, imposte sulla persona), che su quelle macroeconomiche (l’economia italiana) o geopolitiche (situazione internazionale). È vero che gli intervistati si attendono una sostanziale stabilità nelle entrate famigliari, ma anche un aumento delle spese per i consumi e per le imposte: implicitamente, dunque, un possibile calo dei futuri risparmi.

Investitori: la metamorfosi incompiuta

Le famiglie non solo non vedevano un’inflazione vera più o meno dalla fine degli Anni Ottanta, nel tempo si sono anche abituate a tassi di interessi reali negativi: una situazione assai peculiare che, dopo lunghi anni, è stata percepita come “normale”.

Il ritorno alla vera normalità, ossia a tassi di interesse e di inflazione un poco più sostenuti, è vissuto ora come un cambiamento inatteso.

Al primo posto per chi investe rimane la sicurezza, al secondo la liquidità dell’investimento. Si allungano gli orizzonti, come se l’arrivo dell’inflazione e il rialzo dei tassi di interesse venissero percepiti come temporanei e transitori: la percentuale degli investitori disponibile ad aspettare 3 o più anni per ottenere dei risultati cresce fino al 48 per cento del campione nel 2023, dal 45,7 per cento del 2022, mentre chi vuole conseguirli entro 1 anno rappresenta appena il 13 per cento del campione.

Le obbligazioni sono tornate ad offrire rendimenti interessanti. L’Indagine rileva che sono stati proprio questi strumenti ad assorbire parte dei deflussi dal risparmio gestito osservati nel 2023: tra coloro che investono in obbligazioni (circa un quarto del campione) la percentuale di ricchezza finanziaria in esse investita è salita al 28 per cento, dal 23 per cento del 2022.

La Borsa rimane per i piccoli risparmiatori italiani un “terreno da dissodare”. Nel 2023 però una piccola scossa c’è stata: si è riproposto infatti il tema della protezione dall’inflazione attraverso l’investimento azionario e, anche se per il momento gli acquisti netti non si sono ancora mossi, non è escluso che possa accadere in futuro. Il 2022, anno “orribile” dei mercati, non ha desertificato la Borsa, che rimane tuttavia una scelta “minoritaria”, con una presa radicata in una comunità di investitori consapevoli che non supera annualmente il 5 per cento del campione.

Dopo un decennio d’oro, nel 2023 il risparmio gestito ha subito uno “scossone”. Sono scesi sia i possessori di fondi e SICAV (15,5 per cento, dal 17,3 per cento del 2022) che quelli di gestioni patrimoniali (dal 9,3 all’8,4 per cento); sono invece lievemente cresciuti i detentori di ETF (dal 3,3 al 4,1 per cento) e polizze unit-linked (dal 4 al 4,6 per cento). Con il tempo, l’aumento delle competenze finanziarie produrrà una clientela sempre più esigente: si tratta di un processo inevitabile, ma positivo sia per le famiglie che per l’industria del risparmio gestito.

 

Gli investimenti alternativi hanno rappresentato, nello stesso decennio d’oro, una risposta meno strutturata alla domanda di maggior rendimento dei portafogli. Oggi i metalli preziosi raccolgono la quota prevalente di interessati (23,2 per cento); seguono gli investimenti etici ed ESG (13,1 per cento), mentre il mondo delle criptovalute si afferma al quarto posto (dopo gli investimenti in arte e antiquariato). Il rischio collegato a queste ultime non sembra impensierire i più giovani, i risparmiatori con redditi elevati e quelli con alti livelli di istruzione. Infine, l’interesse all’investimento alternativo nelle start- up (7 per cento) ha ritrovato smalto nella fascia di età 25-34 anni (15,4 per cento).

 

La quota di ricchezza detenuta in forma liquida ha toccato nel 2023 il 48 per cento, in aumento dal 44 per cento nel 2022. È un paradosso che la liquidità sia vista da molti come un bene difensivo alla pari, ad esempio, dell’oro; in aggiunta, mentre l’oro attrae l’interesse del 23,2 per cento del campione, la liquidità è considerata difensiva dal 34 per cento. L’accentuata preferenza per la liquidità non è un comportamento coerente, in presenza di inflazione: la scelta razionale sarebbe affrontare il rischio di investimento e una migliore alfabetizzazione finanziaria formale potrebbe accelerare l’apprendimento delle strategie più idonee.

Il lato passivo dei bilanci delle famiglie italiane è tradizionalmente legato a investimenti o all’acquisto di beni durevoli. In effetti, sul fronte dei mutui il mercato regge anche perché le case riscuotono interesse come beni rifugio e due mutui su tre sono immunizzati dall’aumento dei tassi.

 

Non c’è nel DNA della famiglia italiana un’abitudine ad indebitarsi per i consumi correnti: nel 2023 solo il 9,8 per cento del campione ha dichiarato di aver in corso un prestito rateale, mentre appena il 3,3 per cento sta rimborsando più di una rata. Dopo auto ed elettrodomestici, la crisi è la terza causa di sottoscrizione di un finanziamento: la quota di chi ricorre a questo scopo al credito è del 13,4 per cento, superiore al 9,1 per cento del 2022. È questo uno dei pochi indizi offerti dall’Indagine relativamente alla presenza di una potenziale area di disagio legata all’inflazione e alle difficoltà di ripresa dell’economia.

 

 

La casa, la previdenza e i rischi nell’epoca dell’inflazione

In condizioni di alta inflazione, il «mattone» continua a essere considerato l’investimento migliore: la ricchezza immobiliare degli italiani è rilevante e l’Indagine la stima a ridosso dei 4.000 miliardi di euro solo per la prima casa, oltre il doppio del PIL. Il mercato immobiliare è dunque sempre ambito dagli italiani ma meno accessibile per i giovani, i quali, dal 2018, sono sempre meno proprietari di immobili e fronteggiano anche affitti crescenti. I mutui appaiono però ancora sostenibili: solo per l’8,2 per cento degli intervistati è alla soglia critica di un terzo delle entrate nette annuali della famiglia.

Una parte non trascurabile della ricchezza degli italiani è costituita dalla promessa previdenziale, in gran parte pubblica. Il nostro Paese vive un «inverno demografico» difficile da superare, ma gli italiani sono consapevoli del problema. A differenza della cultura finanziaria, bisogna infatti riconoscere loro una buona cultura previdenziale di base: quasi la metà accetta che per avere pensioni adeguate bisognerà lavorare di più e magari anche sottoscrivere una pensione integrativa, che però ancora non riesce a decollare (solo il 15,6 per cento potrà contare su un’integrazione privata), probabilmente per mancanza di risorse.

 

Se il “rischio di longevità” non impensierisce molto gli intervistati, altri rischi li preoccupano invece maggiormente: tanto la presente Indagine quanto le precedenti documentano una scarsa cultura assicurativa, anche laddove i rischi potrebbero essere coperti in modo più o meno ottimale.

Il rischio che maggiormente preoccupa oggi è quello di subire un’elevata inflazione, e non c’è una polizza per questo: la tutela può essere ottenuta solo comprendendo il problema e componendo in modo adeguato le piccole e grandi scelte di consumo, risparmio e investimento.

La comparsa dell’inflazione nella vita delle famiglie

Per quanto riguarda la comprensione dell’inflazione, meno della metà del campione

  • in grado di darne una definizione corretta; circa un quarto la confonde con il livello dei prezzi; qualcuno con il deprezzamento della valuta; altri con lo scostamento dal target della Banca Centrale Europea. La cultura finanziaria dichiarata non migliora la situazione in modo radicale, né aiutano altri ipotetici punti di forza, come la formazione o l’esperienza, che alla cultura finanziaria sono legate. Trova una protezione da scelte errate chi si affida alla banca o al promotore finanziario, che rappresentano un elemento di sicurezza, indirizzando le scelte degli intervistati verso strumenti che garantiscono una maggiore tutela.

 

L’inflazione è un “giogo diseguale” e l’analisi per cluster presente nell’Indagine lo dimostra: colpisce maggiormente chi ha un paniere di consumo costituito in prevalenza da beni necessari (come gli alimentari) o consumi energetici. Tali beni sono la quota largamente prevalente della spesa di chi ha abitudini di consumo più “semplici” e più centrate sui beni che sui servizi, che spesso appartiene anche alle fasce finanziariamente più fragili e con maggiori difficoltà a risparmiare.

Per quanto riguarda il futuro, chi ha subito un impatto più forte ha anche attese pessimistiche, rivelando la nota struttura adattiva delle attese inflazionistiche. Le aspettative sono più corrette e meno adattive tra gli intervistati più istruiti.

L’Indagine fa emergere, inoltre, sia i comportamenti ritenuti ottimali in uno scenario inflazionistico, che quelli effettivamente adottati. Dal primo punto di vista, il dato più preoccupante è che oltre un terzo del campione (che sale al 41 per cento se si escludono coloro che non hanno risposto alla domanda) fuggirebbe l’inflazione «dalla parte sbagliata», cioè mantenendo il denaro liquido e/o in titoli a tasso fisso. Il 12 per cento ritiene opportuno non far nulla e aspettare tempi migliori; tagliare il consumo «in modo da restare dentro il budget» è invece la prima scelta per metà del campione. Quasi un quarto degli intervistati dichiara che, quando i prezzi aumentano, la strategia migliore è risparmiare di più; anticipare i consumi e indebitarsi sono, infine, scelte decisamente poco apprezzate.

Sul fronte dei comportamenti effettivamente adottati, il 36 per cento del campione ha utilizzato i risparmi per mantenere i consumi; il 32,7 per cento ha rinviato le spese correnti; il 20,9 per cento ha rinunciato a investire.

In sostanza, il ritorno dell’inflazione è stato, tutto sommato, ben tollerato dalle famiglie italiane che, in gran parte, sono riuscite a mantenere i livelli di consumo; le più colpite hanno attinto ai risparmi o hanno risparmiato di meno, ma quasi mai si sono indebitate per consumare.

 

L’inattesa normalità del futuro

 

I mercati non hanno certo mutato le regole di formazione dei prezzi, né gli strumenti che sono collocati, distribuiti, scambiati; tuttavia, da quando l’inflazione è tornata, insieme a una politica monetaria se non severa, almeno neutrale, non si può più salvare il potere d’acquisto semplicemente seppellendo il denaro in giardino.

 

E’ un invito all’azione: anche se l’inflazione fosse domata, non lo sarebbe da domani, e difficilmente la dinamica dei prezzi sarà più pari a zero. In questo mercato, i risparmiatori e gli investitori del campione si sono mossi nel 2022 e nel 2023 senza panico, ma con tanta prudenza da sembrare paralizzati.

 

I risparmiatori italiani sono quelli di sempre. Favorevoli al mattone, a non rischiare, rispettosi della Borsa; sanno di dover risparmiare di più, ma sottovalutano la differenza tra investimenti prudenti e investimenti efficienti. Nel loro futuro c’è un ritorno a un mondo sparito da oltre un decennio, ma del tutto normale, nel quale essi stentano oggi a prendere le decisioni: non scongelano l’iceberg di liquidità, tornano verso l’investimento obbligazionario, ma più per toccare il meno possibile i portafogli che per intraprendere un nuovo viaggio. Hanno avuto il buon senso di non vendere tutto per panico, e anche quello di continuare a risparmiare; per compiere la metamorfosi necessaria, tuttavia, servirebbero un bel po’ di competenza e istruzione finanziaria, sia per i giovani che affronteranno il futuro che anche, da subito, per gli adulti.

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