E se la gentrificazione fosse l’unica vera possibilità di salvezza per le aree interne e per i piccoli borghi?

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da Stefano Carluccio riceviamo e pubblichiamo

Negli ultimi mesi si sente sempre più spesso parlare di gentrificazione, di conseguenze del turismo di massa, di standardizzazione e omologazione delle città e di perdita dei valori e delle tradizioni delle singole comunità.

E in un numero sempre più consistente di città, soprattutto grandi città europee come Berlino, Barcellona, Milano, tutto questo è tristemente vero.

Per anni ci siamo riempiti la bocca dell’importanza del turismo internazionale, del turismo di massa per un Paese come l’Italia, notoriamente il Paese più bello del mondo.

Per anni ci siamo ripetuti che l’Italia potrebbe vivere solo di turismo, per tutto quello di straordinario e magnifico che ha da offrire al mondo.

E per anni ci è andata bene. Il turismo portava decine di milioni di persone ogni anno in Italia. Spesso con capacità di spesa importanti, che contribuivano ad una percentuale fondamentale del PIL e dell’occupazione diffusa nel nostro Paese.

Si vedeva nel turismo e nelle sue infinite potenzialità di crescita solo una mucca da mungere sempre di più, perché continuava a produrre più latte.

Senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, che nel frattempo tutti gli altri animali della fattoria stavano morendo, perché si dava da mangiare solo alla mucca.

Ecco. Solo recentemente le persone, la massa, si sta accorgendo che gli effetti del turismo non sono tutti positivi. Soprattutto per chi di turismo e dei suoi affini non ci vive e quindi soffre solo i disagi ed i problemi che questo causa.

Siamo arrivati a delle situazioni emblematiche e paradossali.

Venezia proprio recentemente ha imposto un numero chiuso per accedere alla città.

Il tema delle grandi navi in laguna è dibattuto ormai da anni, consapevoli dei danni che provoca ad un’ecosistema fragile come quello veneziano, che tutti noi sappiamo prima o poi verrà sommerso dall’acqua.

I milioni di turisti che hanno arricchito a dismisura alcuni ceti veneziani, e più probabilmente internazionali, non hanno migliorato le condizioni di vita della città e dei suoi abitanti, le hanno invece peggiorate, e di molto.

E stanno sicuramente avendo una responsabilità notevole nell’accelerazione del processo di disintegrazione di Venezia.

Ma non è solo il capoluogo veneto a soffrire il turismo di massa.

Diverse grandi città europee, come Berlino, Barcellona e anche Milano, ormai da diversi anni stanno reagendo al turismo low-cost con la cosiddetta gentrificazione.

Che letta cosi può davvero sembrare una parola priva di significato e di conseguenze. Ma non è cosi.

Perché la gentrificazione è un fenomeno che molti di noi stanno già vivendo o lo vivranno, in qualche modo, nei prossimo anni.

La gentrificazione significa che se aumentano esponenzialmente i turisti mordi e fuggi in una città, i commercianti, i ristoratori e tutti quelli che dal turismo ci guadagnano, vedendo che la capacità di spesa dei turisti stranieri è superiore a quella locale, pian piano iniziano ad aumentare i prezzi.

Perché la domanda non è molto sensibile al prezzo e quindi l’offerta può guadagnarci di più.

Ecco. Questo è il momento esatto in cui parte la distruzione e la cancellazione dell’identità storica di una città e della sua comunità.

Per guadagnare di più si iniziano, poco per volta, ad alzare i prezzi. E cosi si alzano i prezzi delle materie prime, e poi degli affitti, dei trasporti. E la città in poco tempo diventa più cara, sempre di più.

Ma i turisti continuano ad aumentare.

E quindi forse non conviene più affittare con un contratto quadriennale a famiglie e studenti, ma diventa più conveniente affittare una stanza per qualche giorno a dei turisti di passaggio.

E poi subito dopo ad altri, ed altri ancora.

Diventa quindi più difficile trovare casa, i prezzi degli affitti si alzano e tutta la città, nel suo complesso, diventa ogni anno più costosa.

Questa traiettoria di crescita stride, però, con gli stipendi di chi in quella città ci vive.

Perché quest’ultimi non crescono alla stessa velocità del costo della vita causato dal turismo di massa improvviso, e quindi da un giorno all’altro giovani lavoratori, professionisti, famiglie con bambini, non possono più permettersi di vivere nella casa o nel quartiere dove sono nati e cresciuti.

Devono allontanarsi dal centro della città, e rifugiarsi in periferia, spesso in piccole cittadine lontane anche 1 o 2 ore dal posto di lavoro in città.

Ma questa spesso è l’unica soluzione per poter continuare a vivere una vita decente.

E in tutto questo stravolgimento, ed in questo intreccio di spostamenti e migrazioni, quello che va a smarrirsi è lo spirito della città.

La sua vera identità. Quella che è diversa non solo tra città e città, ma anche tra quartieri vicini.

Spesso in questo tipo di trasformazioni urbane la parte del leone la fanno fondi di investimento che capiscono le opportunità di guadagno in anticipo e iniziano a comprare interi palazzi per ristrutturarli ed adibirli esclusivamente ad affittacamere.

Quasi sempre nei centri storici delle città.

È quello che è successo a Berlino, dove nelle ultime settimane i cittadini stanno protestando per chiedere una nazionalizzazione del settore immobiliare in mano ai grandi gruppi privati, è lo stesso che sta succedendo a Barcellona negli ultimi anni, dove non si trova un catalano nel centro di Barcellona neanche a a pagarlo.

Ed è anche quello che sta iniziando ad accadere a Milano.

Dove interi quartieri si stanno trasformando e gli antichi e storici abitanti sono costretti ad andare via.

Il fenomeno è sicuramente complesso, ed è il settore pubblico che deve regolamentarlo quanto prima per lenire le conseguenze drammatiche e ridurne gli effetti.

Ma la gentrificazione, come ogni cosa, potrebbe avere anche degli effetti positivi.

Non sulle grandi città, ma sui piccoli borghi delle aree interne che soffrono sempre di più lo spopolamento e la desertificazione.

Il ragionamento è lineare.

Le città diventano sempre più costose. Allora ci si trasferisce in periferia, dove la qualità della vita lascia a desiderare. E bisogna farsi anche 3 o 4 ore ogni giorni per andare a lavoro.Ma il trend nei prossimo anni è la digitalizzazione del lavoro ed il telelavoro. La possibilità quindi di svolgerlo quando si vuole a casa, rispettando ovviamente le scadenze.

In un contesto del genere diventa quindi inutile abitare a 2 ore dal lavoro, perché non bisogna più andare in un posto fisico.

E quindi aumentano le quotazioni ed i pro del vivere in in piccolo borgo delle aree interne.

Dove la vita costa molto poco, l’aria è ottima, c’è tanto verde, non c’è traffico e ci si gode la vita più lentamente e con più serenità.

Il lavoro lo si può svolgere in remoto, quindi basta una connessione internet, e per io resto ci si può godere il proprio tempo ed il contatto con la natura circostante.

Insieme a tutto quel patrimonio di tradizioni, riti e costumi, senso di comunità e qualità della vita, di cui i nostri piccoli borghi, dal Nord al Sud, continuano ad essere una fonte inesauribile.

Dott. Stefano Carluccio

stefanocarluccio@live.it

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