Le navi che inquinano i mari.

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di Angelo Ionta

Le Mauritius in Africa, arcipelago nell’Oceano Indiano con capitale Port Luis, ambita meta turistica per spiagge, lagune e barriere coralline, ha visto recentemente le sue coste devastate dal petrolio fuoriuscito da una nave. Amara sorte già toccata in passato ad altri paradisi paesaggistici come Le Cinque Terre ed i Caraibi. È infatti dello scorso 25 luglio l’incidente avvenuto sulla spiaggia di Pointe d’Esny, Mauritius, dove la nave Mv Wakashio, battente bandiera panamense ma appartenente alla compagnia giapponese Nagashiki-Shipping si è incagliata sulla barriera corallina.

Non si tratta di una petroliera ma di una “portarinfuse”, una nave a più stive, adibita al trasporto di diverse tipologie di materiali, lunga trecento metri, varata nel 2007. Il cargo, salpato dalla Cina e diretto – via Singapore – in Brasile trasportava 3.800 tonnellate di petrolio pesante e 200 tonnellate di gasolio. Durante la traversata si è incagliata sulla barriera corallina e, dallo squarcio prodottosi nello scafo, ha riversato in mare circa 1000 tonnellate di idrocarburi. Il terribile epilogo si è avuto il 14 agosto quando, dopo 21 giorni di agonia, la nave si è spezzata in due.

Dal momento dell’incidente si è cercato di pompare su altre navi le 3000 tonnellate di carburante, operazione riuscita solo in parte. Sono tanti i volontari che si stanno prodigando per limitare i danni, riempiendo con foglie di canna da zucchero sacchi, spessi come tronchi, da portare con le barche al largo e legarli assieme, così da creare uno scudo galleggiante alla vicina barriera corallina, per fermare la macchia nera che si fa sempre più vicina. Le immagini dai satelliti sono impietose, dallo spazio infatti è ben visibile un “laccio nero di petrolio” che stringe le Mauritius.

Il primo ministro delle Mauritius, PravindJugnauth, ha espresso rammarico per quanto avvenuto, soprattutto per l’impossibilità di combattere “a mani nude” queste catastrofi. Si è provveduto ad evacuare il personale, ma dal 25 luglio la nave è rimasta lì, incagliata sui coralli a perdere il suo carico. Quando il mare si è ingrossato la nave ha cominciato a incrinarsi e le troppe onde hanno impedito alla squadra di recupero di stabilizzare la nave per riuscire a drenare il combustibile dal relitto, impedendo che il liquame nero si riversasse in quelle acque turchesi. Impotenti gli uomini della squadra di recupero sono rientrati sulla terraferma, lasciando la nave in balia delle onde e, solo da terra, si è provato a rallentare l’avvicinarsi della marea nera alle spiagge, portando al sicuro dozzine di piante rare e animali a rischio estinzione. Per questo disastro sono arrivati rinforzi dalla vicina isola di Reunion, sotto la giurisdizione francese e da Tokyo che, oltre le scuse, ha promesso di rifondere tutti i danni economici. Peccato. Prima dell’incidente, le autorità marittime delle Mauritius avevano invitato il cargo a cambiare rotta perché troppo pericolosa, ma dalla plancia della nave la risposta è stata negativa.

Ora si stima che occorreranno almeno 20 anni per eliminare il carburante dall’acqua: al momento è stato dichiarato lo stato d’emergenza ambientale, definendo la fuoriuscita di petrolio “un disastro nazionale”. Negli ultimi 50 anni nei nostri mari si sono riversati milioni di tonnellate di petrolio per incidenti o per volontà dell’uomo. Di seguito il bollettino di guerra. Il 16 marzo 1978 la superpetroliera liberiana Amos Cadiz si incagliò al largo delle coste della Bretagna, riversando in mare 223mila tonnellate di greggio. Furono contaminati 150 km di costa, con danni altissimi agli ecosistemi locali. Il 19 luglio 1979, a seguito dello scontro tra la nave cisterna Atlantic Empresse e la AegeanCaptain, si riversarono nei Caraibi 287mila tonnellate di petrolio. Il 6 agosto del 1983, la petroliera spagnola Castillo de Beliver prese fuoco al largo del Sudafrica, rilasciando in mare circa 227 mila tonnellate di greggio. Uno dei più seguiti mediaticamente fu l’incidente occorso il 24 marzo 1989 quando la superpetroliera Exxon Valdez si incagliò in una scogliera dello stretto di Prince William, nel golfo dell’Alaska, disperdendo 40,9 milioni di litri di petrolio. L’incidente si verificò per un cambio di rotta troppo lento. La nave urtò contro la scogliera BlighReef. La fuoriuscita di petrolio causò la morte di migliaia di animali, tra cui oltre 250mila uccelli marini. Come se non bastassero gli incidenti, il 21 gennaio del 1991, nel corso della prima Guerra del Golfo, i militari iracheni aprirono le valvole delle condutture di petrolio in Kuwait e incendiarono 732 pozzi petroliferi, allo scopo di ostacolare lo sbarco dei soldati statunitensi, con notevoli danni agli ecosistemi di quella regione. Il 14 aprile 1991 la petroliera AmocoMilfordHaven, capace di trasportare più di 250 mila tonnellate di petrolio, affondò dopo un’esplosione avvenuta tre giorni prima. L’imbarcazione si posò sul fondo del mare di Voltri, nel golfo di Genova. Morirono 5 persone e il petrolio contenuto nella cisterna “avvelenò” il Mediterraneo. Fu il più grave disastro ambientale nella storia italiana. Nel maggio 1991 una violenta esplosione fece colare a picco la nave cisterna liberiana AbtSummer, in navigazione al largo dell’Angola, riversando nell’Oceano Atlantico circa 260mila tonnellate di petrolio. Il 15 febbraio 1996 la Sea Empressriversò 72.000 tonnellate di greggio del Mare del Nord, avvelenando oltre 190 km di costa del Galles. Il costo per ripulire l’ecosistema da tutto il petrolio riversato fu di 60 milioni di sterline. Il 13 novembre del 2002 la petroliera Prestige si rovesciò al largo delle coste della Galizia. Salpata da San Pietroburgo e diretta a Gibilterra, rimase per sei giorni in balia delle onde. Da lì, fu allontanata al largo dove naufragò, rovesciando in mare 63mila tonnellate di petrolio che contaminarono le coste a cavallo tra Francia e Spagna. Il 22 aprile del 2010 la piattaforma petrolifera DeepwaterHorizon è esplosa inabissandosi nel Golfo del Messico, uccidendo 11 persone. Ad oggi i danni ambientali restano incalcolabili, a causa delle oltre 700mila tonnellate di petrolio greggio riversate nelle acque dell’oceano. Per oltre 85 giorni fu impossibile bloccare il pozzo. A questi sversamenti poi vanno aggiunti quelli che ogni anno vengono immessi in mare, per un ammontare di 3-4 milioni di tonnellate di petrolio. Il Mar Mediterraneo è uno dei mari più inquinati al mondo. È stato infatti calcolato che la percentuale di idrocarburi presenti nelle sue acque ammonta a 38 milligrammi per metro cubo. Il Mediterraneo, che fornisce l’accesso al Medio Oriente, al Mar Nero e all’Europa del sud, viene solcato quotidianamente dal 20% di tutto il traffico mondiale di prodotti petroliferi -circa 360 milioni di tonnellate l’anno- e dal transito giornaliero di 2.000 traghetti, 1.500 cargo e 2.000 imbarcazioni commerciali, di cui 300 navi cisterna. Il petrolio, sebbene sia un composto di vari idrocarburi importante dal punto di vista energetico, è pericolosamente nocivo se disperso in mare. Avendo un peso specifico minore dell’acqua, inizialmente forma una pellicola impermeabile all’ossigeno sopra il pelo libero dell’acqua, causando problemi fisici e tossici diretti alla fauna marina con conseguente morte del plancton, poi la successiva precipitazione sul fondale replica l’effetto sugli organismi marini che vivono a stretto contatto con il fondo. La bonifica dell’ambiente danneggiato comporta così anni di lavoro e cospicue risorse finanziarie.

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